Diaz – Don’t Clean Up This Blood
La recensione di Diaz - Don't Clean Up This Blood di Daniele Vicari, a cura di Francesco Maggiore.
In un momento storico dove la memoria latita in qualsiasi forma, il ritorno nelle sale di Diaz – Don’t Clean Up This Blood, non è solo un’operazione di memoria collettiva, ma un sano esercizio di igiene democratica. Rivedere la serrata pellicola di Daniele Vicari significa misurarsi con una ferita ancora aperta, e una delle pagine più buie della storia repubblicana a partire dal secondo dopoguerra. Diaz – Don’t Clean Up This Blood rappresenta un cinema che ha saputo diventare una preziosa testimonianza morale insostituibile. Quando uscì nel 2012, la pellicola colpì come un pesante schiaffo etico il pubblico, sottraendosi all’insidiosa trappola del film a tesi, per immergersi nella cosiddetta “macelleria messicana”.
Così la definì il vicequestore Michelangelo Fournier, interpretato nel film da Claudio Santamaria. Essa è avvenuta tra le mura della scuola Diaz di Genova nella notte del 21 luglio 2001. La cinepresa non si limita a una mera ricostruzione storiografica o documentaristica, ma punta invece a un’esperienza immersiva totale dello spettatore dentro quella follia claustrofobica. Un dramma che ha segnato la sospensione dei diritti civili in Italia, come la definì all’epoca Amnesty International. Il turning point del racconto è affidato a un collo di bottiglia che si rompe, segno che tutto diventa fragile e pericolosamente instabile. I frammenti di vetro si disgregano e si ricompongono a seconda del punto di vista narrativo, che converge interamente (ed esattamente) nell’assalto alla scuola. Un unico e gigantesco trauma scorre ininterrotto tra le vittime e i loro carnefici, dominanti in questa inevitabile tragedia moderna.
Oltre a Santamaria, il cast corale è composto da Elio Germano, Jennifer Ulrich e Renato Scarpa. Tutti contribuiscono ad un’opera che, nell’attuale contesto cinematografico italiano, non ha paura di osare, trascendendo l’appartenenza politica e sociale. Vicari evita di trasformare le parti offese in martiri, trasfigurando la loro sofferenza fisica e psicologica in un’allegoria mistica, quasi pasoliniana. Non a caso, nelle scene della caserma di Bolzaneto, il riferimento più diretto è a Salò o le 120 giornate di Sodoma, dove la violenza istituzionale diventa manifesto dogmatico e per certi versi ineluttabile. A venticinque anni dai fatti di Genova, la domanda più lucida e scomoda che ogni spettatore può porsi è: cosa è cambiato? La regia interroga la Storia su quello che dovrebbe essere l’uso legittimo della forza in una democrazia contemporanea.
Diaz – Don’t Clean Up This Blood è un’opera frenetica e necessaria, quasi un film di guerra nel suo spiegare e mostrare tecnicamente l’uso e l’abuso istituzionale. Davanti alla rabbia in divisa (sia dello Stato ma anche degli antagonisti), quale salvezza è possibile? Il sorriso mutilato dell’attivista Alma Kock (Jennifer Ulrich) nel finale, è la risposta più diretta e catartica a questo orrore dirompente che tutti vorremmo, ma non possiamo per forza di cose dimenticare.
di Francesco Maggiore