Quasi grazia

La recensione di Quasi grazia, di Peter Marcias, a cura di Mariella Cruciani.

Qualcuno ha scritto che le vite non vissute dei padri diventano il destino dei figli: a questa frase si torna con il pensiero quando, nel film Quasi Grazia di Peter Marcias, dedicato a Grazia Deledda, la protagonista ricorda l’origine precoce della sua vocazione. Per caso, la piccola Grazia scopre poesie scritte dal padre, un benestante imprenditore e possidente: parlano, inaspettatamente, di cuori spezzati e promesse tradite e la bambina sente, immediatamente, che quello è il mondo nel quale vuole abitare e, il giorno stesso, scrive il suo primo racconto.

Se l’amore per la scrittura è tutt’uno con il desiderio di accedere all’universo paterno, non mancano presto le delusioni: il genitore considera la passione per i libri e le lettere tempo perduto per una figlia perché tempo sottratto all’esercizio di fare la “femmina”. Una donna è tale solo se non pensa e la ragazzina diventa, da subito, un problema per la famiglia e la comunità tutta, a partire dal prete.

Lo sguardo punitivo, giudicante, tutt’altro che benevolo della società nei confronti del futuro Premio Nobel è incarnato, con ferocia e spietatezza, dalla figura primordiale, materna: una donna fredda, severa, senza un briciolo di tenerezza verso la figlia. A Grazia che elemosina, anche da adulta, il suo riconoscimento, la madre, ormai anziana, replica significativamente: “Da quando in qua le madri devono dare soddisfazione ai figli?”. E’ chiaro che per Deledda scrivere non è frutto di ambizione o semplice gioco intellettuale bensì necessità di affermare se stessa, sfidando stereotipi e pregiudizi di un mondo, nel quale non si riconosce, ma che ama.

Nasce da qui la sofferenza (“Con una faccia ti dicono che ti dicono vogliono bene, con l’altra ti augurano di crepare”, “Sono con te ma contro di te”), dal conflitto che si origina ogni volta che gli affetti vorrebbero spingerci verso vite che non sono le nostre: assecondarli significa morire, ignorarli provoca sensi di colpa e di indegnità. In questo senso, Grazia Deledda è, senz’altro, una figura universale e moderna, capace di ispirare e far riflettere ancora oggi.

Vale la pena ricordare che, nel 1926, quando le viene conferito il Premio per la letteratura, le cronache svedesi la descrivono come la “buona signora”, una definizione che, ai giorni nostri, avrebbe mandato su tutte le furie un’altra autrice sarda particolarmente attenta all’utilizzo delle parole per designare, e imbrigliare, persone e situazioni: Michela Murgia. La Deledda di Marcias è una ribelle ante litteram e, come tutti coloro che lottano per cambiare radicalmente le cose, appartiene all’umanità intera.

E’ per questo che il regista sceglie di affidare il ruolo di protagonista a tre attrici diverse, tutte non sarde: Irene Maiorino è la Deledda giovane in lotta con la famiglia, Laura Morante è la Deledda della maturità e dei successi, Ivana Monti è la Deledda degli ultimi anni. Il passaggio di testimone dall’una all’altra è credibile e il film, nella sua interezza, restituisce con forza e verità l’ambivalenza di chi vive la creazione artistica come salvezza e condanna nello stesso tempo nonché la fatica di essere troppo “moderni” per un mondo e troppo “provinciali” per un altro.


di Mariella Cruciani
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