Millennium Actress

La recensione di Millennium Actress, di Satoshi Kon, a cura di Antonio Quaranta.

Con Millennium Actress  Satoshi Kon, l’acclamato regista di Paprika e Perfect Blue, concretizza le potenzialità dell’animazione nel definitivo e personale “salto” cinematografico.

La protagonista del film del 2001, ritornato recentemente in sala grazie a Plaion Pictures e Anime Factory, è  Chiyoko Fujiwara una grande star del cinema giapponese ormai in pensione da ben trent’anni. La molla che fa partire la narrazione è rappresentata dal regista televisivo Gen’ya che, sfruttando l’occasione tragica della distruzione dell’antico studio cinematografico giapponese Ginei, ne approfitta per intervistare la celebre diva in quello che poi diverrà un documentario biografico.

Ciò che rende Millenium Actress originale e innovativo, almeno per un anime, è fin da subito la modalità del suo racconto, in una struttura che diventa essa stessa estetica dell’opera. Nelle prime sequenze assistiamo a qualcosa di unico: Chiyoko è nei panni di un’astronauta in procinto di essere spedita nello spazio, mentre lo schermo televisivo vibra assieme allo sguardo di Gen’ya che assiste alla scena. Un film nel film quindi, ma anche un avvertimento per lo spettatore con il terremoto che scuote Tokyo. Kon allerta chi guarda e il film stesso dei livelli d’azione e di tempo multipli dell’opera.

Tutto è profondamente reale e nel contempo irreale, una caratteristica onnipresente nel cult del cineasta giapponese. Mentre difatti ci facciamo condurre dal viaggio a ritroso nella memoria e nei ricordi della grande attrice, l’album fotografico è anche un passaporta con cui Kon abbraccia il documento storico, riportandoci negli anni truci del nazionalismo nipponico e della seconda guerra mondiale. Ciò che fa però  Millenium Actress è sensazionale proprio a livello di destabilizzazione dei ruoli e della realtà stessa del film. I due intervistatori, il regista televisivo e il suo operatore, vengono completamente risucchiati nell’immagine-ricordo di Chiyoko, diventando testimoni attivi degli avvenimenti. È come se la storia incominciasse a vivere, non essendo più solo passato, ma una temporalità che viene vissuta adesso, in contemporanea con ciò che è già avvenuto. Inoltre la definitiva rottura tra racconto e realtà, passato e presente, ci viene sottolineata dal pianto del regista televisivo convinto di aver visto diverse volte la famosa scena in cui l’attrice, nella sua versione teenager,  non riesce a raggiungere l’amato. Un loop spaziale ed emotivo talmente denso nel corso del film da spingere Gen’ya e spettatori a domandarsi se è la vita ad essere diventata una finzione o la sceneggiatura la realtà stessa.

Per il visionario Kono lo spazio del film è talmente fluido e smontabile da esistere solo nella propria continua destrutturazione; da una porta aperta la protagonista sfugge all’incendio per trasportarsi nel Giappone medievale con un chiaro omaggio al maestro dei maestri Akira Kurosawa. Il resto lo fa la tecnica del match cut riuscendo bene a garantire una certa continuità nella frammentata idea quasi a-spaziale del film stesso.

Se Paprika era un tortuoso viaggio nel sogno e nell’inconscio umano, Millennium Actress usa il tempo e le modificazioni spaziali per mettere in scena un racconto sulla storia del Giappone, i generi del cinema, e le potenzialità narrative e plastiche della settima arte. È un film d’amore il secondo di Satoshi Kon, sul sentimento perduto e disperatamente ricercato. Ma è soprattutto un’opera che indaga la capacità del cinema di reinventarsi e mettersi alla prova continuamente. Curioso che tutto questo venga esposto da un film d’animazione. O sarebbe corretto dire da un film post cinematografico.


di Antonio Quaranta
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