Alla festa della rivoluzione
La recensione di Alla festa della rivoluzione, di Arnaldo Catinari, a cura di Emanuele Di Nicola.
Arnaldo Catinari adatta il romanzo di Claudia Salaris con la mano di Silvio Mucino sulla sceneggiatura: Alla Festa della Rivoluzione principia nel 1919, con una voce fuori campo che illustra la portata innovatrice e rivoluzionaria della cosiddetta “impresa fiumana”. Gabriele D’Annunzio, nel corpo di Maurizio Lombardi, si è già appropriato di Fiume quando giunge sul luogo la musicista Beatrice Superbi (sic), ossia Valentina Romani, una spia russa sotto mentite spoglie col compito di proteggere il poeta, che ha incuriosito perfino l’Unione Sovietica. A lei dobbiamo il panegirico pro-dannunziano che apre il sipario; tutto intorno sbocciano fuochi d’artificio, si svolge una festa continua, un rave perenne tra botte di cocaina e orge in maschera sfiancanti (non citiamo la cosa sbagliata), che pare anticipare il cabaret berlinese degli anni Venti perché – come disse qualcuno – Berlino sarebbe stato un ottimo posto senza i nazisti. Lo stesso, forse, vale per Fiume: un luogo divertente senza D’Annunzio, una Babylon dai toni caldi e oro in cui c’era la “libertà” di essere omossessuali e l’uguaglianza tra uomini e donne (sic, volume 2).
L’idea del film è presto detta: allestire un thriller fiumano, che spazia dal melò al delitto, facendo germogliare l’intrigo proprio dal gesto dal poeta guerriero che, si ripete spesso, fu “rivoluzionario”. E’ così che la figura di Beatrice introduce a un gioco di attentati, spie e tradimenti che parte da un attentato fallito proprio contro D’Annunzio. Chi vuole ucciderlo? E a chi serve salvarlo? La donna si intreccia con due uomini agli opposti poli: il giovane medico Giulio (Nicolas Maupas), disertore consapevole della prima guerra mondiale e vicino agli anarchici; il capo dei servizi segreti italiani Pietro (Riccardo Scamarcio), che costituisce la punta di un triangolo scaleno. Da questi nascono intrighi, più o meno occulti, tra ribaltamenti e colpi di scena che seguono i codici della spy story e corteggiano l’action, tra scontri a fuoco e all’arma bianca muniti di coltello. Il binario è parallelo: da una parte si compie il destino dei personaggi, dall’altra prende forma la rivoluzione dannunziana, nel classico meccanismo che intreccia la storia con la Storia. Compresa la mesta retorica che avvolge solitamente quel periodo, per cui D’Annunzio era troppo avanti da non venire seguito nemmeno da Mussolini, ed ecco il famoso “tradimento”; eppure la costituzione fiumana, al secolo la Carta del Carnaro, riscuoteva consenso trasversale dagli anarchici ai comunisti russi e resterebbe punto di riferimento per tutte le costituzioni successive… Mah.
Catinari in sede di presentazione ha respinto fermamente ogni accusa ideologica, dichiarando l’intenzione di girare solo “un film popolare, avvincente e intrigante”. L’idea del popolare è dunque la foglia di fico dietro alla quale si nasconde il progetto, come se parlare di Fiume e D’Annunzio in tali termini non fosse già una presa di posizione. Legittimo respingerla o accoglierla, ma perché negarla? Però attenzione: Alla Festa della Rivoluzione si rivela fallimentare non per motivi ideologici, ma per ragioni meramente cinematografiche. Sciattamente girato come un film Tv italiano anni Novanta, è un percorso in un’ora e mezzo tra feuilleton e teleromanzo, con svolte improbabili almeno quanto i dialoghi, tra cui spiccano le perle dispensate dal poeta in privato che nessuno mai direbbe: “La rivoluzione è come una festa, va avanti finché l’orchestra suona”.
Ognuno può raccontare D’Annunzio come vuole, ci mancherebbe, aderendo o meno al personaggio; ma non siamo dalle parti di Mishima di Paul Schrader né di Black Book di Verhoeven, in cui l’ebrea resistente seduceva il comandante della Gestapo. Non si citi Erasmo da Rotterdam: non c’è alcuna follia costruens, qui, solo un film che non va da nessuna parte fallendo un po’ in tutti i comparti. E D’Annunzio? Rivedersi, pur nei suoi limiti, Il cattivo poeta di Gianluca Jodice per afferrare un brandello della figura. E Fiume? Rivedere Fiume o Morte!, il documentario di Igor Bezinovic che rievoca l’esperienza attraverso gli abitanti di Rijeka, vero nome di Fiume, mostrandone così in risalto il lato oscuro, ridicolo, patetico.
di Emanuele Di Nicola