Lo straniero

La recensione di Lo straniero, di François Ozon, designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.


Lo straniero
, di François Ozon, distribuito da Bim Distribuzione e Lucky Red e nelle sale dal 2 aprile 2026 è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI con la seguente motivazione:

Confrontandosi con uno dei testi più importanti e complessi del Novecento, il romanzo omonimo di Camus, Ozon lavora per sottrazione e per licenze poetiche che si fanno politiche. Un adattamento raffinato e stratificato, in cui il regista fa dello stile, sostanza: la superficie elegante e raggelata del film, corrisponde al vuoto morale ed emotivo che abita il suo protagonista.

La recensione
di Gianlorenzo Franzì

Il romanzo di Albert Camus Lo straniero è diventato, nel giro di pochissimo tempo, un classico della letteratura, quantomeno per il dispositivo narrativo affasciante e per la sua capacità di porsi come opera esistenzialista fondamentale per lo zeitgeist del Novecento.

Nello stesso tempo, è proprio la sua struttura straordinariamente complessa e quasi “passivo-aggressiva” a renderlo materia ostica per il cinema: ci aveva provato infatti Luchino Visconti nel 1967, ma il suo Meursault aveva quella algida lascivia di Marcello Mastroianni che poco riusciva a catturare lo spirito del protagonista del libro, e quindi restituirne la dimensione.

Per gli stessi motivi, invece, la lussureggiante freddezza di François Ozon, con il suo bianco e nero rigoroso, descrive benissimo l’anima in bilico tra disillusione e assurda estraneità al mondo, indifferente eppure inquietante. Ancora di più: il regista francese accentua una componente politica quasi trasparente nel romanzo, inserendo come presupposto dell’omicidio un atto di vendetta in un contesto coloniale.

Complesso e coraggioso, quindi, Lo straniero di Ozon ha un impianto estetico e formale di vertiginosa eleganza, facendo si che lo spettatore rimanga quasi sbigottito e accecato da una luce del sole ancora più luminosa nel contrasto cromatico senza colori, per desaturazione.

D’altronde, Ozon è sempre stato un maestro nel piegare un testo di partenza ad una sua personalissima visione e idea di messa in scena: il suo finale del racconto va alla ricerca di un senso nella necessità visionaria di una espiazione storica revisionista -un po’ come Tarantino in Bastardi senza gloria ma con meno furia. Senza dire che oltretutto, fin dall’inizio, il film si concentra sull’Algeria come luogo geografico e quindi inesorabilmente come grande rimosso che opera ancor oggi nell’inconscio collettivo, dove il citato esistenzialismo di Camus si dilata in una riflessione molto contemporanea sulla responsabilità e sulla coscienza storica.


di Gianlorenzo Franzì
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