I pugni in tasca
Le recensioni di I pugni in tasca, di Marco Bellocchio, a cura di Gianlorenzo Franzì e Mariella Cruciani.
La recensione
di Gianlorenzo Franzì
Marco Bellocchio è, incontrovertibilmente, un caso unico nella storia del cinema italiano (e forse mondiale): il suo Portobello del 2026 ha la stessa, identica forza erosiva del suo esordio I pugni in tasca del 1965. E non si capisce bene se è più strano che il suo ultimo film, all’incredibile età di 87 anni, sia dirompente e magari più lucido e cristallino del primo, o se il primo fosse così perfetto e coerente cn sé stesso come l’ultimo.
Sempre coraggioso, sempre puntuale, sempre in linea con le sue idee religiosamente laiche, ha difeso il suo cinema e le sue ossessioni con la forza espressiva dell’arte che parte dall’immagine (vedi i suoi layout/dipinti) e finisce in una messa in scena monumentale, appassionata, che vira spesso su temi oscuri ma intrisi di immagini oniriche nonostante siano fortemente ancorati alla realtà (la follia e l’inconscio, la rivolta, la politica italiana e il potere).
Il suo non è (tanto, solo) un cinema di personaggi ma più che altro di persona, che centra il significato etimologico che passa dal latino –persona– per arrivare all’etrusco phersu, maschera: i protagonisti dei suoi film sono inquadrati non tanto nella loro sfera umanistica quanto come simboli e pedine dell’esistenza che non può prescindere dalla sua valenza politica.
I pugni in tasca (1965) è un esempio più unico che raro di opera prima perfetta, che in qualunque epoca storica si veda (anche per la prima volta) non smette di avere un’incredibile, sfrontata, paurosa forza concussiva: parte dall’educazione repressiva e frustrante di un giovane borghese e arriva allo sterminio, metaforico e materico, della famiglia come istituzione. Già con questo suo primo film, Marco Bellocchio mette in scena alcuni cardini del suo universo poetico ed umanistico: la famiglia, come visto, ma anche l’inconscio che scivola e si scontra con la realtà, portando a una dimensione onirica, al sogno, che va in frantumi.
Il disvelamento della violenza familiare, nel cinema di Bellocchio, riconduce ad un cinema che muove il racconto tra iconoclastia e venerazione -riallacciandosi anche ai fortissimi sottotesti “religiosamente laici”-: un cinema che diventa racconto del limbo, paradiso promesso ma precluso, tumulto eterno della mente e del pensiero che si divincola per trovare pace nella realtà ma non trova la sua giusta prospettiva e posizione. Un diavolo in corpo mai domato, sottile, eterno.
La recensione
di Mariella Cruciani
In occasione del 60 anniversario, torna in sala in versione restaurata e con scene reintegrate, il fulminante esordio di Marco Bellocchio: I pugni in tasca (1965). A 25 anni, il regista piacentino realizza un’opera che è già tutto il suo cinema futuro: famiglia, inconscio, iconoclastia, tensione tra ribellione e ricerca di una legge che non cali dall’alto ma sia frutto di un’esigenza interiore.
L’intera filmografia di Bellocchio, a ben guardare, corre su due binari paralleli: da una parte, il tortuoso percorso per emanciparsi dai modelli parentali (“bisogna mandare a quel paese madri e padri”, come urla il protagonista di L’ora di religione), dall’altra, lo scontro con il potere e la violenza delle istituzioni (il collegio ne Il nome del padre, l’ambiente militare in Marcia trionfale, il mondo dell’informazione in Sbatti il mostro in prima pagina, il manicomio in Matti da slegare e in Vincere, ecc).
Non si tratta, come fa materialmente Alessandro (Lou Castel) in questa opera prima, di eliminare l’altro da sé, bensì di realizzare interiormente, nel profondo, la separazione per approdare ad una propria individualità, capace di superare condizionamenti familiari e sociali. E’contro di essi, contro l’aridità, l’anaffettività del mondo borghese che il “mite giustiziere dell’Appennino”, secondo la definizione di Alberto Moravia, indirizza la sua rivolta, fatta solo di odio e, per questo, destinata a fallire.
In realtà, la crudeltà e la spietatezza dell’epilettico Ale non sono che la risposta sbagliata ad una richiesta vana di attenzione ed amore: la madre cieca, sotto tutti i punti di vista, è assolutamente incapace di dare qualcosa ai figli e non fa che martellarli con pretese sciocche ed insulse. I fratelli di Ale sono Leone, Augusto e Giulia: il primo soffre di un disturbo mentale, il secondo è ipocrita e arrivista, la terza, apparentemente normale, è legata morbosamente proprio ad Ale.
In questo contesto, claustrofobico e malato, Ale spinge la madre in un precipizio, uccide anche Leone ed è tentato di eliminare persino la sorella. Infine, mentre ascolta in uno stato d’esaltazione euforica “La Traviata”, viene assalito da una forte crisi epilettica ma Giulia (Paola Pitagora) decide di abbandonarlo al suo destino…
Rivisto oggi, il film conserva intatta tutta la sua libertà, la sua ferocia, la sua carica eversiva ma, adesso, è anche possibile affermare con certezza che il “vulnus”, la ferita vera -l’assenza della figura paterna- si rimarginerà, nelle opere successive: già ne Il principe di Homburg (1997), non c’è più bisogno di ribellarsi e la Legge, incarnata dall’Elettore, non è più qualcosa di estraneo o passivamente subìto.
La rabbia e l’ambivalenza di chi, come il protagonista de I pugni in tasca, vive chiuso in una sorte di prigione da cui non vuole o non sa uscire, sono superate per lasciar spazio al nuovo stato d’animo del principe “Ma questo mondo è così bello!”. In L’ora di religione (2002), Ernesto Picciafuoco non corre più rischi: ha smascherato la madre, ha preso le distanze dai fratelli, ha capito che ciò che fa ammalare, e va eliminato, è soltanto la bruttezza.
Addio del passato (2002), documentario realizzato per la commemorazione del centenario di Verdi, sancisce – già dal titolo – la fine di una fase per aprirne un’altra. Buongiorno notte (2003) è il film del nuovo corso: attraverso la vicenda umana di Moro e dei suoi carcerieri, Bellocchio racconta il fallimento di una generazione e della sua utopia violenta e ribadisce la necessità di recuperare riferimenti e valori politici e familiari.
Se la ribellione nichilista è superata, I pugni in tasca resta un racconto crudele di gioventù, un esordio dissacrante, un’opera potentissima da vedere e rivedere.
di Gianlorenzo Franzì e Mariella Cruciani