Un bel giorno

La recensione di Un bel giorno, di Fabio De Luigi, a cura di Gianlorenzo Franzì.

Fabio De Luigi è uno di quegli attori che passati dietro la macchina da presa dopo una lunga e felice carriera ha mostrato un’evidente volontà di evolversi e far maturare il suo linguaggio da un punto di vista squisitamente tecnico. In maniera inconfutabile, se si guarda e si pensa all’esordio con Tiramisù (tanto garbato da essere inconsistente) fino a questo Un Bel Giorno.

De Luigi è un attore che calibra i suoi ruoli sul suo carattere, ma riesce a dosare le emozioni nei personaggi in maniera equilibrata e centrata: il passaggio da attore a regista gli ha permesso poi di cucirsi addosso anche le storie, modulando alla perfezione un’amarezza di fondo con la quale riesce a stratificare il racconto. È per questo che già con Tre di Troppo aveva trovato l’accordatura giusta aggiungendo un gusto grottesco, e con il successivo 50 km all’ora aveva incorniciato una commedia on the road che rinunciava volontariamente alle spinte centripete delle mode circostanti.

Un Bel Giorno, la sua quarta regia, è allora un’operetta finalmente solida e rotonda, dove il regista conferma la sua abilità nel mettere a proprio agio gli attori, ma soprattutto la capacità (rara, nel panorama di oggi) di centrare i caratteri di contorno, dai più sfuggenti -come la coppia degli anziani rompipalle- ai più centrali come le figlie (interessantissima e bravissima Maria Gifuni). Sono infatti proprio questi a dare un tono personale al film, creando rivoli anti narrativi disseminati lungo la trama riuscendo così a dare un ritmo perfetto (e questo grazie anche alla presenza attenta, in sceneggiatura, di Giulia Calenda e Furio Andreotti, sempre abili in queste operazioni).  

E per quanto il film sia stato osteggiato per una sua tendenza a non approfondire nessuno dei tanti argomenti che tocca, Un Bel Giorno invece va apprezzato proprio per la sua capacità di aprirsi a tante suggestioni -come la descrizione di una donna senza marito e un figlio con disabilità, seppure lieve e mai specificata- che non appesantiscono la fluidità della storia perché invece la colorano.

Unico problema potrebbe essere l’eccessiva schematizzazione, che sembra racchiudere tutto in una tabella binaria, come se per strada si fosse persa quella voglia di liberare il racconto dalla gabbia della trama a favore di una normalizzazione, mentre si insegue un finale fin troppo compiaciuto.

A questo punto, c’è da aspettarsi da De Luigi un salto in lungo: abbastanza maturo per creare un film che non sembri ben confezionato come un remake di una commedia francese, abbastanza intelligente da vivacizzarlo con insert folli e fuori dagli schemi, di sicuro competente per utilizzare gli attori giusti.


di Gianlorenzo Franzì
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