Marty Supreme

La recensione di Marty Supreme, di Joshua Safdie, a cura di Marco Lombardi.

Un po’ d’ironia caustica alla fratelli Coen; un richiamo al bisogno di riscatto di Prova a prendermi, condito dalla presenza di un Thimotée Chalamet in stile Leonardo Di Caprio; una fotografia elegiaca e una scenografia che richiamano la New York di C’era una volta in America; e poi un’affettuosa associazione automatica (anche un omaggio?) al Forrest Gump campione di ping pong, anche se i due film non c’entrano niente l’uno con l’altro, e anche se il protagonista di Marty Supreme, Marty Mauser, s’ispira a una figura reale, il Marty Reisman che fu cinque volte medaglia di bronzo ai mondiali di tennistavolo.

Per il resto il film è tanto rumoroso: forse troppo, perché privo di quei cambi di ritmo che – vista la continua esplosione di suoni e immagini e parole – sarebbero stati un ottimo antidoto all’unitonalità. Certo, l’empatia che si prova nei confronti di questo sfacciato truffatore, soprattutto in occasione delle gare, genera attenzione, ma è un’attenzione faticosa, soprattutto nella parte in cui Marty cerca il denaro per andare ai campionati mondiali di Tokyo: lunga, davvero troppo. A dare un po’ di freschezza, nei momenti di massima vorticante staticità, sono due perle interpretative: quella di Abel Ferrara che interpreta un adorabile e sconquassato delinquente malato d’amore per il suo cane, e quella di Gwyneth Paltrow nei panni di un’infelice star sul viale del tramonto, un evidente omaggio alla Gloria Swanson dell’omonimo film di Billy Wilder.

C’è poi quel fuoriclasse camaleontico di Thimotée Chalamet, bravissimo nell’interpretare un simpatico ed esuberante cialtrone in stile commedia all’italiana, ma questo davvero non basta per far decollare il film. Anche nel finale, quando l’inaspettata paternità gli porta a versare delle lacrime verso l’innocenza di una nuova vita: fors’anche verso la propria, solo coperta da una fragile coltre di egocentrismo dettata dal bisogno di un riscatto in direzione di sé, e non in direzione di quello che la società avrebbe voluto diventasse.


di Marco Lombardi
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