Die My Love
La recensione di Die My Love, di Lynne Ramsay, a cura di Francesco Maggiore.
Distribuito da Mubi nelle sale italiane, Die My Love, è una discesa lenta ma costante negli inferi e e negli abissi della depressione post-partum. Tratto dal romanzo della scrittrice argentina Ariana Hurwicz, Ammazzati amore mio, il film di Lynne Ramsay dipinge attraverso una casa nel verde del Montana, l’epicentro conflittuale di Grace e Jackson (Jennifer Lawrence e Robert Pattinson), coppia in caduta libera.
E la narrativa filmica non si concentra tanto sulla modalità dialogica (che è imbarazzante in diversi momenti), ma come una robusta invettiva sull’alienazione coniugale. E sebbene manchi di linearità e di coerenza logica, il racconto diventa appannaggio estetico di un’immagine di distruzione. Questo attraverso la suggestione del fuoco come metafora di apertura e chiusura della pellicola. E cammina con la protagonista, non come rappresentazione lynchiana, ma come un simbolismo di probabile purificazione.
Gli ambienti scarni ed essenziali fanno da contrappeso ad una disgregazione che non è solo mentale, ma anche morale all’interno di queste scene da un matrimonio. E l’attitudine sensoriale della Ramsay, qui esprime tutte le potenzialità nella femminilità prorompente (e dirompente) di Jennifer Lawrence. Attraverso azioni oltre l’assurdo di ogni logica, sceglie di precipitare nella follia più assoluta. D’altro canto, il Jackson di Robert Pattinson, con il suo atteggiamento passivo aggressivo, non aiuta a ristabilire l’equilibrio all’interno del rapporto di coppia.
Sono tanti i dettagli nell’incedere lento ma inevitabile nello stato mentale di Grace: dal gattonare sull’erba, all’abbaiare perenne di un cagnolino come ospite indesiderato, il leccare i vetri e romperli con la testa, il graffiare la carta parati dei muri fino al sanguinamento delle mani. Sono tutti frammenti di una pazzia incomunicabile che si fa largo tra le mura di questa semplice e logorata abitazione, dove la sporcizia va di pari passo con la trascuratezza della donna. Il senso di isolamento, quasi mistico tra la bellezza della natura, non può che contribuire al montare di una rabbia perenne, che diventa presto esplosiva e irrefrenabile.
Questa tipologia di cinema, richiede immersione costante, anche quando l’apparente silenzio sembra parlare più di tutto. E se la ragione vacilla, il corpo fa altrettanto in digressioni di inquietanti gesti quotidiani. L’idea viene data attraverso inquadrature molto eloquenti, dove il percorso che Grace sta compiendo nel buio in un mondo fatto di luce rarefatta e potente ma anche di oscurità irreale. Come onirici sembrano all’interno della storia i caricaturali genitori di Jackson: Nick Nolte e Sissy Spacek.
La fotografia trasforma il verde lussureggiante del Montana in una tavolozza quasi tossica, in cui il presunto grande romanzo americano evocato dalla donna, si scontra in un totale e personale fallimento esistenziale. E in tutto ciò il canto della natura, è un sillogismo potente contro uno stato d’animo che diventa sempre più cupo, in una reale dissoluzione fisica e dello spirito. Questa tacita perfezione, a tratti malickiana è la prova di una logica devastante che lei non riesce a controllare. A Cannes la Lawrence ha ricevuto il plauso universale della critica in un’interpretazione che è di una brutale e inesorabile intensità. E può beneficiare di quel sonoro così caro a Ramsay, che aiuta a creare impatto e pathos nella vista, nella testa e nel cuore dello spettatore. Nel finale il divampare del fuoco, altro non è che un chiaro segnale di dissoluzione della verità, dove l’apparente conclusione si scontra con quello di una catartica apertura verso un nuovo modo di essere. Jackson sceglie una rassegnazione in quest’osservazione sistemica di Grace. L’ambiguità che si va a tralasciare, tutto è meno che formale e risolutiva attraverso l’esecuzione di Love will tear us apart dei Joy Division, cantata dalla stessa Lynne Ramsay nei titoli di coda.

di Francesco Maggiore