The Running Man

La recensione di The Running Man, di Edgar Wright, a cura di Francesco Maggiore.

È nelle sale italiane The Running Man, tratto da un romanzo di Stephen King (che usò lo pseudonimo di Richard Bachman) e già remake della pellicola con Arnold Schwarzenegger, L’implacabile. E complici i tempi attuali dove ogni forma di realismo da Grande Fratello, questa nuova versione diretta da Edgar Wright, si adagia nell’iperrealismo da ansia social e di massa. Il film vecchio calcava la mano sulla violenza esagerata e sulla modalità degli eccessi così tipica di quel cinema anni 80’. Nella versione 2025, oltre ad insistere sulla ferocia di certe scene, ci si focalizza sull’aspetto della paranoia. Tutta l’importanza degli eventi è riversa in questa corsa forsennata, che altro non è se non una lotta per la sopravvivenza.

E mentre nel film del 1987, vi era un approccio più muscolare (perchè Schwarzenegger andava per la maggiore), oggi si preferisce un approccio diverso, meno ipertrofico, e più da tipico americano working class, con l’aggiunta della vulnerabilità e della disperazione. In questo caso per i panni di Ben Richards,  è stato scelto Glenn Powell, che dopo Top Gun: Maverick, è diventato uno degli attori più richiesti ad Hollywood, se non altro per il filone action spettacolare. Ma probabilmente, se Powell è la star del momento, non vuol dire che sia la faccia giusta per questo ruolo, e quindi serviva un’altra tipologia di attore e di recitazione per questo tipo di storia. Ma è Hollywood, e gli studios ragionano in base agli umori e alle tendenze commerciali del momento, come anche nell’azione.

Che in questo caso è frenetica e distintiva, tipica del cinema di Wright, ma non è una mera esibizione di forza. La differenza è che L’implacabile era un film teso a mostrare la muscolarità dell’azione in formato trash, mentre quì la lotta è per la sopravvivenza, in clima costante di cinismo e psicosi senza misura. Gli interi Stati Uniti in questa versione diventano un gigantesco campo di caccia, dove il braccato può essere costantemente sotto la segnalazione ai Runners (cacciatori) da parte del pubblico. Uno scenario aperto verso uno più chiuso, come quello dell’arena nella pellicola iniziale, che rimanda anche a Rollerball di Norman Jewison.

Il tono grottesco satirico si adatta al clima di tensione generale, dove il confronto finale con il Killian di Josh Brolin, che il pubblico attende in un sadico e atteso finale, diventa quasi un irrisolta contrapposizione nichilista nella chiusura. Le rivolte generali contro il “sistema” risentono del clima di protesta serpeggiante che attraversa gli States da un po’ di anni a questa parte, da Black Lives Matters a quelle di Capitol Hill. Infatti questo clima si è adattato anche in altre pellicole come Eddington nella sua caricaturale rappresentazione dei conflitti nella pandemia.


di Francesco Maggiore
Condividi

di Francesco Maggiore
Condividi