Black Phone 2
La recensione di Black Phone 2, di Scott Derrickson, a cura di Gianlorenzo Franzì.
C’è un telefono, che mette in collegamento la realtà con un’altra dimensione; c’è il sogno, anzi l’incubo, che si fa vivo nel la misura in cui può uccidere; c’è poi la baita di montagna, c’è il ricordo come vortice all’indietro; ci sono sequenze in stile super8, che sembrano ricordi ma sono sogni. E alla fine c’è la maschera, con tutti i suoi simbolismi ma soprattutto con la carica moderna del franchise.
Black Phone 2, per discostarsi dal modello (molto kinghiano, a dir la verità) del precedente capitolo fatto di dolori/orrori della crescita, scantinati bui e stradine di provincia, fa un’inversione ad U e cambia tutto tranne i due protagonisti e l’iconico villain: e diventa in tutto e per tutto un survival, con tanto di campeggio isolato e traumi nascosti nel tempo. Un survival che non mira alla paura ma forse alla tensione, che non ha raccapriccio ma più ansia. Certo, poi, un survival con un’anima e molto di più: perché la scrittura attenta dello stesso Scott Derrickson e dell’amico e sodale da una vita C. Robert Cargill è sempre sottile, appuntita, mai banale anche quando si tratta di seguire le regole dello slasher senza modernismi.
Piuttosto qua la modernità arriva col sottotesto, nel non-detto, nella fusione intelligente tra elevated horror e mainstream, nello sforzo di osservare il Male nel dialogo tra simbolismi, fede, radici e fanatismo senza però che niente di tutto questo invada la storia. Anzi, il difetto è proprio qui, nel lasciare che il racconto scorra su binari tra i più scontati, lasciandosi contaminare e assediare da troppi riferimenti di sopra; tanto che la reprise stilistica del bellissimo Sinister di tredici anni fa è fastidiosa e a tratti fuori luogo, e che in alcune scene il Nightmare di Wes Craven diventa copia conforme, lasciando sedimentare nello spettatore più scafato un fastidioso senso di déjà-vu che rovina l’atmosfera.
di Gianlorenzo Franzì