Queer

La recensione di Queer, di Luca Guadagnino, a cura di Francesco Parrino.

È il 1950. William Lee (Daniel Craig) è un americano sulla soglia dei quaranta espatriato a Città del Messico. Passa le sue giornate quasi del tutto da solo, se si escludono le poche relazioni con gli altri membri della piccola comunità americana come Joe Guidry (Jason Schwartzman), Jim Cochran (David Lowery), John Dumé (Drew Droege) e Tom Weston (Ariel Schulman). L’incontro con Eugene Allerton (Drew Starkey), un giovane studente amante della vita, delle donne e degli scacchi appena arrivato in città, lo illude per la prima volta della possibilità di stabilire finalmente una connessione intima con qualcuno. Tratto dall’omonimo racconto breve di William S. Burroughs del 1985, ecco Queer, il nuovo film di Luca Guadagnino a un anno dal pirotecnico Challengers, che dopo la trionfale accoglienza all’81ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, arriva al cinema con Lucky Red a partire dal 17 aprile.

Un’opera estremamente personale per Guadagnino. Un desiderio cinematografico rincorso per quasi vent’anni di carriera, Queer, che trova infine compimento in quella che ci siamo di definire come la sua pellicola più elaborata, matura, ma soprattutto intensa. Perché tra le pieghe di una love story ossessiva, straziante e tormentata fatta di baci alcolici e orgasmi esplosivi, fughe e rincorse, passi falsi e paure, e di un viaggio picaresco nel cuore dell’America del Sud più selvaggia, Guadagnino coltiva una riflessione sull’amore come espressione e riscoperta identitaria. Sulla natura del desiderio e le sue ragioni, e su come il mancato appagamento può incrinare l’equilibrio vitale dell’individuo al punto da disallinearlo. In questo è testimonianza vivida, fatta di anima e carne, la performance artistica di un Daniel Craig semplicemente straordinario e più che meritevole di Coppa Volpi.

I movimenti vitali del suo Lee, uomo-predatore disincarnato e aggressivo e dal corpo sgraziato condannato da dipendenze di ogni genere, mosso da desiderio accecante e lubrificato da shot di tequila buttati giù istintivamente, diventano sempre più tenui e docili nello sviluppo del suo arco di trasformazione, portandolo infine all’accettazione di una vita solitaria e semplice fatta di pace e ricordo. Con lui mutano anche i caratteri filmici di Queer. Il ritmo convulso disegnato da Guadagnino in movimenti di camera veloci e fluidi dal montaggio netto lasciano gradualmente il posto a una compostezza organica percorsa di transizioni poetiche e incisa di momenti onirici spiazzanti e stranianti che vi lasceranno a bocca aperta. Ma d’altronde non poteva essere altrimenti se guardiamo all’intrinseca importanza dell’opera originaria.  Quel Queer letterario dalla forte matrice autobiografica, che Burroughs scrisse tra il 1951 e il 1953 come estensione di Junkie – La scimmia sulla schiena. Espressione su carta del suo periodo a Città del Messico sotto il governo Aleman, tra analisi antropologiche dei suoi giorni da tossicomane di eroina e morfina e le ricerche universitarie sulla storia azteca e i codici, la lingua e l’archeologia maya. Queer fu particolarmente osteggiato da Burroughs stesso. Sia perché all’epoca, negli anni Cinquanta americani, il pesante contenuto a tema omosessuale del racconto difficilmente sarebbe stato accettato dall’opinione pubblica, sia per via del trauma emotivo che la sua stesura gli aveva causato. Larga parte del corpus di Queer fu, infatti, edificato da Burroughs nell’attesa del processo per l’omicidio colposo della sua seconda moglie, Joan Vollmer. Il resto è manifestazione allegorica opportunamente sublimata della travagliata relazione che Burroughs ebbe con Lewis Marker. Trent’anni dopo, per nostra fortuna, Queer ha finalmente visto la luce ispirando intere generazioni di uomini e artisti. Tra cui proprio Guadagnino saputosi regalare il capolavoro che vale la carriera. Un film che non dovete perdervi per nessuna ragione al mondo.


di Francesco Parrino
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