Scuola di seduzione

La recensione di Scuola di seduzione, di Carlo Verdone, a cura di Gianlorenzo Franzì.

Da quarantasei anni in sala con ventotto film (e quattro stagioni di una serie): cifre che se unite ad un vero e proprio debito di affetto da parte di un pubblico veramente trasversale possono dare il peso delle dimensioni della carriera di Carlo Verdone.

Che a 76 anni non smette di reinventarsi, e la prova sono gli innumerevoli starting point di una filmografia in continuo mutamento eppure sempre e comunque coerente in sé stessa, perché frutto della visione ben precisa di un autore di cinema.

Scuola di seduzione è la summa perfetta di tutto questo, con quei 40 episodi di Vita da Carlo che erano probabilmente una tappa obbligata, avendo dato la stura sia ad un ritmo narrativo nuovo e più fresco, sia ad uno sguardo più diretto con la realtà. Che Carlo osserva da sempre, e nella quale oggi non si ritrova più (“Questo è un mondo che io non capisco più. È una follia”, dice in una sequenza il Clemente/Verdone): implicazione teorica che riflette e si riflette in uno dei punti chiave delle sue ossessioni autoriali ovvero il rapporto padre-figlio. O meglio, padri/figli: perché è un confronto tra passato e presente –o tempora, o mores!-, un impietoso sguardo lucido sulla perdita di identità e di valori che si confonde e si sovrappone con la perdita della figura paterna.

Scuola di seduzione parte come una sorta di antologia di sentimenti, con Karla Sofía Gascón che introduce i personaggi e apre scenari: e quando sembra incanalarsi nelle strade perfettamente conosciute e battute da Verdone del classico film corale da terapia -da Ma che colpa abbiamo noi a Compagni di scuola-, prende invece un sentiero laterale e deflagra come scontro di caratteri.

È proprio in questi ritratti impietosi e imperfetti, ma emotivamente reali e a tratti davvero emozionanti, che Scuola di seduzione mostra i muscoli; perché se nel suo ultimo film da sala -poi finito in streaming per lockdown- Si vive una volta sola quello che non funzionava erano proprio le interrelazioni che non facevano partire la storia, in questo (uscito in piattaforma: ma è già pronto il ritorno in sala con la solita Filmauro) esce fuori una scrittura forte e sicura, una conoscenza dei personaggi e dei caratteri mai banale, e la capacità di Carlo di inserire qua e là puntelli comici irresistibili e insieme quella invece di girare un film alla fine dei conti drammatico sull’incapacità di relazionarsi oggi.

Sono sei personaggi in cerca di aiuto: solitudine, paura di (non) essere accettati, discrasie tra come ci si mostra e come in realtà si è. Dinamiche emotive coinvolgenti con un cast di alto livello per una democrazia assoluta di interpretazioni al servizio di una storia garbata e sensibile, sempre e forse ancora più malinconica.

In tutto questo anche la messa in scena cambia con un semplice cambio di prospettiva: dalla forma plasticosa e finzionale/funzionale di prima ad una fotografia attenta alle luci, in esterna e in interno, per cercare “il raggio di sole” perché sa che “è subito sera”. Una Roma non più coatta, ma irriconoscibile, che non è mai sfondo anonimo bensì una città bloccata nel suo passato ma che resta sullo sfondo, fredda, impassibile. E un respiro algido, europeo, quello che da Iris Blonde soffia nelle pellicole di Verdone più o meno forte e che oggi è più deciso anche con l’inserimento della Gascòn con la sua classe esotica e straniera; ma che insegue una forma di dramedy che oggi solo in pochi riescono a permettersi di girare in modo così equilibrato – Carlo Verdone in testa.


di Gianlorenzo Franzì
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