Lo sconosciuto del Grande Arco
La recensione di Lo sconosciuto del Grande Arco, di Stéphane Demoustier, a cura di Francesco Maggiore.
Finzione e verità nella Parigi degli anni 80’, Lo sconosciuto del Grande Arco racconta la storia di quello che rappresenta un outsider, o probabilmente quello che oggi va di moda chiamare underdog. Johan Otto Von Spreckelsen (Claes Bang) diventa in un certo senso la Cenerentola dell’architettura, ma in una contraddizione generale che strappa qualche sorriso.
Perché nel caos burocratico e politico, la figura del titano diventa quella che può rappresentare una forma di intrusività poetica. Il contrasto è palese nel constatare la grandiosità del marmo di Carrara, ma anche l’opulenza di un talento circoscritto ad una dimensione (fisica), che è quella di un uomo. Otto disegna una porta verso il futuro, ma non riesce a non trovare la sua collocazione in un presente che non può (e non vuole) accettarlo. Le crepe strutturali si svelano con un rigido conflitto su quelle che sono le dinamiche politiche reali. Michel Fau nei panni di Francois Mitterand, agisce come fulcro gravitazionale nella pellicola, ma mantiene un distacco quasi regale e snobistico.
La grandezza del progetto viene oscurata dalla comprensione dei meccanismi di palazzo, che non cercano mai il compromesso. Anzi, si crea un muro invalicabile tra Otto e gli altri comprimari intorno alla figura del Presidente, come il Jean Louis Subilon interpretato da Xavier Dolan e il Paul Andreu di Swann Arlaud.
E infatti, il contrasto tra l’architetto celebrità e la metropoli parigina evidenzia una fragilità di fondo nell’ideazione dell’ Arco de La Défense di Parigi. Sguardi, perplessità e rivelazioni ma silenzio reale caratterizzano il pensiero emotivo di Otto, che tende a distaccare la mente dello spettatore. Il grigio della capitale francese risulta essere più freddo del Marmo di Carrara per il quale l’artista si è fissato nella sua verità.
In questo senso Lo sconosciuto del Grande Arco è un The Brutalist al contrario. Laddove nella pellicola di Brady Corbet si cercava di sopravvivere sull’onda della tragedia storica e umana, qui la freddezza è programmatica in una creazione, che diventa una decostruzione, forse cinica e manierista. Probabilmente, rimane la curiosità di una vicenda ai più estranea agli spettatori contemporanei, ma nemmeno così appassionante e coinvolgente come la sua atipicità dovrebbe dimostrare.
di Francesco Maggiore