Ish

La recensione di Ish, di Imran Perretta, a cura di Alessandro Amato.

Con Ish, presentato in anteprima mondiale alla Settimana della Critica di Venezia, Imran Perretta debutta nel lungometraggio con un’opera intensa e radicale. Un coming of age di rara forza visiva, ambientato in un’Inghilterra attraversata da tensioni etniche, paure globali e profonde fratture sociali. Il bianco e nero dominato da contrasti estremi – luce tagliente, ombre impenetrabili – non è una scelta estetica, ma un linguaggio espressivo che amplifica il senso di disorientamento e oppressione. La prima scena è già una dichiarazione d’intenti: una bicicletta rovesciata sull’asfalto, mentre fuori campo si sentono le voci concitate della polizia, gli ordini gridati, il rumore di un abuso. È un’immagine semplice, ma eloquente: l’infanzia capovolta, violata, interrotta. Un oggetto abbandonato che diventa simbolo di un trauma collettivo e personale, di un sistema che lascia cicatrici invisibili ma profonde.

Il protagonista è un adolescente di origini sud-asiatiche che si muove ai margini della società inglese contemporanea. Non ci sono svolte né redenzioni: il suo percorso è una lenta immersione in una realtà dove la violenza istituzionale e quella invisibile del quotidiano si intrecciano. Il film lo segue da vicino, spesso in silenzio, lasciando spazio ai dettagli – un’esitazione nello sguardo, un gesto trattenuto – che raccontano più delle parole. Mentre gli adulti risultano imprigionati in affari economici e rituali. Perretta costruisce un mondo visivo che restituisce la fragilità del presente. I volti sono scolpiti dalla luce, gli spazi urbani appaiono ostili, e il nero domina, denso e pieno. Ogni inquadratura riflette un disagio che non è solo individuale, ma profondamente politico. L’Occidente ritratto in Ish è smarrito, attraversato da paure diffuse, incapace di dare risposte a una generazione cresciuta nell’incertezza e nella marginalizzazione.

Il film lascia affiorare, in filigrana, il rumore del mondo: le notizie di guerra, in particolare quelle legate alle azioni israeliane in Palestina, irrompono nei dialoghi e negli ambienti con discrezione, ma non senza peso. È una tensione globale che si rifrange nelle vite dei personaggi, senza didascalie ma con chiarezza. Ish è un ragazzo, ma anche un simbolo: porta addosso le ferite di una società divisa, che ha perso il senso di sé. Con uno sguardo che unisce rigore formale e urgenza etica, Ish si impone come uno dei debutti più rilevanti del cinema europeo recente. Perretta riesce a raccontare la crescita come perdita, l’identità come conflitto, senza mai cadere nel compiacimento. Il suo film non offre appigli né conforto, ma colpisce per precisione e coerenza, lasciando il segno.


di Alessandro Amato
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