Il caso 137

La recensione di Il caso 137, di Domink Moll, designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.

Il caso 137, di Dominik Moll, distribuito da Teodora Film e nelle sale dal 16 aprile 2026 è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI con la seguente motivazione:

Dietro il solido impianto da film di genere, il film ribadisce il fervore politico del cinema francese più battagliero. Con uno sguardo più desolato che rabbioso, il regista racconta le tensioni sociali del presente e l’abuso sistematico del potere. Ma soprattutto, tra le righe, suggerisce una fondamentale riflessione sulle immagini contemporanee, sulla molteplicità dei punti di vista e sull’ambiguità delle interpretazioni.

La recensione
di Franco Montini

In apertura ci sono le immagini fotografiche e il sonoro originale dei furiosi scontri avvenuti a Parigi nel dicembre 2018 durante le manifestazioni promosse dal movimento dei Gilet gialli. Un espediente per ribadire, come annunciato anche nei titoli di testa, che Il caso 137 è una storia romanzata ma ispirata a fatti realmente accaduti. La cosa che colpisce immediatamente nel film di Dominik Moll è proprio la capacità di raccontare la vicenda con il massimo di credibilità, autenticità, verosimiglianza, ma non rinunciando ad una narrazione incalzante, tesa, emozionante. Moll dimostra, come era già accaduto nel notevole La notte del 12, realizzato nel 2022, di saper utilizzare la struttura e il linguaggio del cinema di genere, in questo caso del polar e del thriller, per realizzare un film dichiaratamente politico nel segno dell’impegno civile e della denuncia sociale.

Al centro della vicenda c’è Stéphanie, agente dell’IGPN (Inspection Generale de la Police Nationale), organismo creato per giudicare i comportamenti dei poliziotti, chiamata ad investigare sul gravissimo ferimento di un ragazzo, che aveva partecipato alle proteste. Un ferimento di cui, secondo la denuncia della madre della vittima, sarebbero responsabili un gruppo di poliziotti. A Stéphanie appare chiaro fin da subito che sia stata perpetrata una violenza ingiustificata, ma per arrivare a individuare i colpevoli dovrà affrontare ostacoli, omissioni, reticenze ed omertà di stile mafioso. Nel cinema americano, in storie di questo genere, c’è un eroe senza macchia e senza paura che si batte coraggiosamente per la giustizia arrivando a smascherare il marcio. Il caso 137 è più complesso: evita i toni manichei e gli schemi ideologici precostituiti, non giustifica minimamente il misfatto, ma lo inquadra perfettamente nelle circostanze eccezionali nelle quali il crimine è avvenuto: “c’era da salvare la Repubblica”, come sostengono i poliziotti sotto inchiesta. Stéphanie, non manca di coraggio, ma ossessionata dalla ricerca della verità, a differenza degli eroi perfetti, non evita comportamenti inappropriati. La prova di Lèa Drucker, premiata con il César, è semplicemente maiuscola anche perché giocata sul contrasto fra l’attrice e il personaggio. Da interprete, la Drucker non può che affidarsi alla comunicazione emozionale, ma, nel ruolo di Stéphanie, è costretta ad una perenne freddezza, perchè nel compimento del proprio lavoro non deve trasparire nulla di personale. 

Mentre sullo sfondo emerge una realtà caratterizzata da diseguaglianze sociali, senso di abbandono, perdita di fiducia nel futuro, in primo piano il film insiste su un doppio binario fra pubblico e privato: da una parte le pressioni del potere, che impediscono il trionfo della vera giustizia, dall’altra i problemi di una donna, moglie separata e madre di un undicenne. I due piani si intersecano mirabilmente. E così più che la scoperta del colpevole, la sceneggiatura, firmata da Dominik Moll e il suo storico collaboratore Gilles Marchand, si sofferma sui meccanismi dell’inchiesta, sottolineando come nel mondo contemporaneo tutto ciò che accade viene inevitabilmente registrato da un occhio, che non è più quello del testimone diretto, ma quello dei cellulari, delle videocamere di sorveglianza. Per questo motivo appare ancora più insensato il comportamento del potere che, per difendere il presunto prestigio delle forze dell’ordine, tende ad insabbiare ogni inchiesta che coinvolga uomini in divisa, non capendo che è esattamente questo atteggiamento che crea diffidenza nei confronti delle forze dell’ordine. Il caso 137 suggerisce che ci sentiremmo tutti più rassicurati se le cosiddette mele marce fossero sempre perseguite. Moll ricorda che in Francia ciò accade raramente, anzi, almeno a sentire una battuta del film, non è mai accaduto.


di Franco Montini
Condividi