Elvira Notari. Oltre il silenzio
La recensione di Elvira Notari. Oltre il silenzio, di Valerio Ciriaci, a cura di Carmen Albergo.
Elvira Notari. Oltre il silenzio è il documentario scritto e diretto da Valerio Ciriaci, che restituisce agli onori del grande schermo la prima regista cinematografica italiana e, perché no, anche una certa prerogativa di genere della settima arte, aprendosi col proclama che “La film” (e non “il” film) sta per iniziare. L’articolo femminile “la” determinava infatti l’acronimo di “Fabbrica Italiana Lamine Milano”, fornitrice delle prime pellicole cinematografiche, poi universalmente tradotte con l’inglese film.
Prodotto da Parallelo 41, Awen Films, Luce Cinecittà e presentato all’82ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, l’opera intreccia il repertorio d’archivio alla fitta indagine di accademici, giornalisti, artisti e persone comuni, sulle tracce del mito perduto.
Sin dagli anni dieci del Novecento, Elvira Notari gestì, nella formula d’impresa a conduzione familiare, la Dora Film, producendo titoli che, mescolando cultura popolare e nuove istanze sociali, conquistarono il pubblico da Napoli alla Little Italy oltreoceano. La sua grande rivoluzione fu di integrare per la prima volta narrazioni di ribellione femminile alla tradizione della canzone napoletana alle cui trame si ispirava, per tutte “A santa notte” (1922), da cui trasse l’omonimo lungometraggio. Con lo stravolgimento industriale del sonoro e colpita, ça va sans dire, dalla censura fascista, nel 1930 abbandonò il cinema, ritirandosi a vita privata fino alla morte nel 1946, rifuggendo anche dagli affetti, che a modo proprio contribuirono a oscurarne la memoria.
Il film di Ciriaci non segue tuttavia un percorso lineare, ma si articola in una serie di astrazioni visive, che amalgamano fonti e reinterpretazioni, così che, superando la storiografia del cinema, diventi fertile memoria collettiva. Pertanto, di notevole effetto risultano certi passaggi di montaggio, tra campo e controcampo, costituiti da un lato da performance contemporanee (quali le esecuzioni delle partiture musicali restaurate per il repertorio Notari o il set fotografico in costume “Elvira Notari, madre del cinema italiano”, in cui l’attrice Teresa Saponangelo veste i panni della cineasta in scatti di vita quotidiana) e dall’altro i reperti filmografici, quasi a tributo della intuizione di montaggio già praticata dalla stessa Notari, di porre in dialogo diretto la fiction mutuata dalla sceneggiata teatrale e le riprese reali dei grandi eventi folcloristici locali.
Se il genio di Notari rispondesse solo a esigenze drammaturgiche e produttive, anziché anche a speculazioni teoriche sullo statuto ontologico del montaggio, come il momento più autentico e anarchico di significazione dell’audiovisivo (qui la si pone persino antesignana del neorealismo, ma chissà se tra il 1943 e il 1945 avesse ravvisato l’affinità nei cult che ne avviarono il filone!) non è dato sapere.
Resta che oggi, nel genere definito del found footage, il cinema rivela l’invisibile spirito del tempo impresso sul visibile passato e certi autori ne attingono proprio per valorizzare il genere biopic. Esemplare in tal senso è Duse del regista Pietro Marcello, biopic tra archivio e fiction, sul travagliato tramonto della grande attrice ottocentesca italiana.
Elvira Notari ed Eleonora Duse sono antipodi speculari. La prima condannata all’oblio artistico, la seconda icona da manuale; la prima ingaggia tutta la sua famiglia nella troupe, la seconda nettamente le separa. Entrambe scelgono di eclissarsi col regime fascista e a entrambe non è perdonata l’abdicazione a una maternità totalizzante. Molto è cambiato e molto purtroppo ancora no. È proprio il documentario a porci dinanzi all’ambiguità di un apparente eterno ritorno, che è restrizione e liberazione insieme e che ancora una volta trova nella “manifattura” della pellicola, traslato e significato.
L’artigianato cinematografico a Napoli si innestò proprio nel settore della sartoria (destinazione privilegiata dell’analfabetismo femminile) come operazione di taglio e cucito dei frame. In questo solco Ciriaci inserisce tra i percorsi creativi che ancora sviluppano l’eredità di Notari il progetto di ricamo collettivo “Opera lunare, II – Nuda come nei sogni” dell’artista visiva Francesca Consonni. Tra le mani di donne comuni, anonime combattenti quotidiane, le inquadrature stampate su tessuto mutano la messa in scena con l’azione di ago e filo, sabotaggio dell’epilogo prescritto di personaggi esclusivamente vittime o femme fatale, che arriverà ai posteri come forma d’arte rivelatrice. Vincendo così il silenzio, proprio come già sanciva il tragico mito di Filomela nel libro VI delle Metamorfosi di Ovidio.
di Carmen Albergo