Divine Comedy

La recensione di Divine Comedy, di Ali Asgari, a cura di Anna Di Martino.

Ali Asgari già con Kafka a Teheran ci aveva mostrato il mondo paradossale che ogni cittadino deve vivere quotidianamente nell’attuale Iran, dove nonostante la gente scenda in piazza per la libertà e contro le repressioni, la burocrazia e la censura dominano ancora incontrastate.

Nella Divina Commedia di Asgari il regista Bahram Ark vorrebbe poter organizzare una proiezione pubblica a Teheran del film che è già andato in diversi festival internazionali. Passa dagli uffici statali per avere l’autorizzazione alla proiezione ma il funzionario che incontra gli chiede di modificare alcuni passaggi del film, togliendo tra le altre cose anche la presenza di un cane. Con la produttrice del film dai capelli blu su una Vespa rosa percorrono le strade di Teheran alla ricerca di una sala disposta a fare una proiezione del film senza il visto di censura, rischiando di avere pesanti sanzioni. Dopo promesse, approvazioni di stima e varie peripezie, Bahram prova la strada della proiezione privata a casa di una facoltosa signora radunando un po’ di pubblico che fa accomodare su sedie noleggiate da un kebabaro.

Il film molto piacevole e divertente, con grande ironia attraverso le vicende di Bahram racconta il mondo iraniano e in particolare il mondo del cinema nella capitale. Divine Comedy è anche un atto d’amore nei confronti del cinema ed è molto buffa la figura del fratello gemello di Bahram, Bahman, più disponibile a venire incontro all’opinione censoria del regime e a fare colossal che rieccheggino il cinema americano. Entrambi i fratelli amano il cinema americano e conoscono a memoria film come Matrix, ma Bahram vuole fare un cinema più personale mentre Bahman aspira a fare film di successo. Molto divertenti anche i tentativi di coloro che vorrebbero convincere Bahram a fare un altro tipo di cinema, servendogli su un piatto d’argento soldi e location ideali.

I riferimenti cinematografici evocati da molti – da Woody Allen per l’ironia e l’utilizzo della musica  a Nanni Moretti per il girovagare in vespa – colgono solo in parte la natura del film. Divine Comedy non è un esercizio di stile cinefilo, ma un atto d’amore nei confronti del cinema e un’opera profondamente radicata nella sua urgenza politica. Girato in semiclandestinità in pochi giorni, è un film molto personale che conferma il talento di Asgari, regista formatosi in Italia, e la coerenza di del suo percorso autoriale che, da Kafka a Teheran a La bambina segreta, continua a interrogare il rapporto tra individuo, potere e possibilità stessa di raccontare.


di Anna Di Martino
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