Buon viaggio, Marie
La recensione di Buon viaggio, Marie, di Enya Baroux, a cura di Mariella Cruciani.
L’attrice Enya Baroux esordisce alla regia con un road movie dolce-amaro: l’ottantenne Marie (Hélène Vincent, già interprete di Sotto le foglie di Francois Ozon), malata di cancro, decide di recarsi, con i familiari, in Svizzera per porre fine alla sua vita. Inizialmente, però, non ha il coraggio di dire la verità e si inventa, come pretesto per il viaggio, una fantomatica eredità da riscuotere…
Nonostante il punto di partenza, il film non è un saggio sul suicidio assistito bensì un’operina leggera e malinconica sul viaggio come motore di conoscenza e cambiamento: arrivati a destinazione, infatti, tutti i personaggi avranno compiuto un percorso interiore e subìto un’evoluzione.
Ad accompagnare Marie, c’è l’inconcludente ed immaturo figlio Bruno, la nipote adolescente Anna alle prese con le prime mestruazioni e l’assistente sanitario Rudy, apparentemente scontroso ma gentile. Ogni componente dello scombinato quartetto, a bordo del camper, sarà costretto a guardarsi in faccia e a tracciare una sorta di bilancio esistenziale.
Bruno, a 48 anni, continua a raccontare bugie a sé stesso e agli altri, anche Rudy non sa bene che direzione prendere, la giovane Anna sconta l’assenza della madre. Solo Marie, giunta al termine dell’esistenza, non è vittima di condizionamenti ed ha preso la sua decisone.
L’anziana signora diventa, quindi, il fulcro attorno al quale ruotano gli altri personaggi in movimento: alla fine, ognuno tornerà a casa più forte o, quantomeno, più consapevole, come suggerisce il titolo originale del film (On Ira).
Anche se, da un certo punto in poi, la storia procede per accumulo di malintesi ed equivoci in maniera quasi meccanica, complessivamente, Buon viaggio, Marie risulta gradevole da vedere grazie all’umanità e all’empatia dei protagonisti: per loro, nessuna redenzione garantita ma la possibilità di una reale trasformazione.

di Mariella Cruciani