Agata Christian – Delitto sulle nevi
La recensione di Agata Christian - Delitto sulle nevi, di Eros Puglielli, a cura di Gianlorenzo Franzì.
Il giallo sta bene su tutto, verrebbe da dire.
Eros Puglielli ha lavorato di fino: dopo aver richiamato la squadra che aveva già fatto bene con Cortina Express (commedia rilassata che insospettabilmente ha cercato di dare nuovo smalto al format del cinepanettone ma “elevandolo” ed eliminando il superfluo) ha ben pensato di innestare l’alchimia irresistibile creata tra Christian De Sica e Lillo su un genere difficile come il giallo. Difficile perché a prenderlo alla leggera si rischia di essere prevedibili e quindi noiosi; scrivere un intreccio dignitoso espone d’altro canto il fianco ad una eccessiva concettualizzazione.
Agata Christian invece è proprio come il suo titolo, semplicissimo e geniale.
E trova un insospettabile equilibrio mentre fa incontrare -e mai scontrare- la classe del thriller anglosassone e la cafonaggine buona della commedia italiana.
Certo, anche se il film è fortemente corale nell’impostazione, tutto viene retto dalle possenti spalle di De Sica: che pur avendo dimostrato di poter toccare con delicatezza corde drammatiche e intense (nei film con la Caterina Carone), continua ad essere un gigante dappertutto, con la sua abilità nel saper dosare anche gli eccessi.
Tanto che Agata funziona così bene che avremmo voluto avere anche di più del caratteraccio, corrivo e volgare, del protagonista, così come se ne vorrebbe di più del nonsense da Monty Python che investe tutto il racconto -e dove aiuta molto il personaggio sulfureo, stolido, irresistibile di Maccio Capatonda.
Puglielli trova quindi la quadra con una sceneggiatura che ricorda i migliori Poirot nell’impianto whodunit (non va dimenticato che il regista nel suo curriculum ha diversi noir di altissima temperatura), e dissemina qua e là diversi cortocircuiti che fanno respirare il film: un personaggio centrale egotico, cattivo e nemico delle lasagne, dinamiche dinamitarde, gag corporali che invadono la scena come paletti di uno svolgimento lineare e severo per come dissemina indizi e sospetti. Il film ha verve e simpatia, svela subito i suoi debiti a Cluedo e figli, prende i codici del genere e li declina secondo la sensibilità italiana cercando la chiave d’accesso al pubblico più vasto possibile: ed in questo è modernissimo per come evita la crudeltà comica zaloniana, così come i confini prestabiliti della commedia italiana intelligente, intraprendendo la strada più impervia. Perché apre il fianco alla serializzazione del racconto, cuce addosso a De Sica (ma anche agli altri attori) tipizzazioni centratissime, e fa emergere il talento di Puglielli nella sua incessante ricerca di un’espressività inedita con un gusto del racconto che sorprende per fantasia e originalità.
di Gianlorenzo Franzì