FATHERLAND

FATHERLAND di Paweł Pawlikowski distribuito da MUBI uscita 16 ottobre 2026 è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI con la seguente Motivazione:

Con stile raffinato ed elegante, il regista polacco racconta il ritorno in Germania, nel 1949, del grande scrittore Thomas Mann, accompagnato dalla figlia Erika. Tra storia collettiva e destino privato, riflessione sul passato e interpretazione del presente, il film offre l’immagine di un artista che si confronta con la realtà di un Paese distrutto, già diviso e la tragedia di un padre chiamato a vivere il proprio fallimento umano.

Fatherland, le ferite della Storia (di Vania Amitrano)

Se c’è un modo per raccontare le ferite della storia attraverso il dolore intimo e profondo dei personaggi che l’hanno attraversata, Paweł Pawlikowski lo ha trovato con la purezza di un bianco e nero che sublima momenti, volti e paesaggi. Dopo Cold War (2018), il regista polacco torna sul tema della Guerra fredda con Fatherland, film ispirato alla biografia di Thomas Mann scritta da Colm Tóibín. Pawlikowski, già Premio Oscar per Ida (2013), con il suo terzo lungometraggio di finzione presentato in concorso al Festival di Cannes, ha colto nello scrittore, Premio Nobel per la Letteratura nel 1929, la figura che meglio poteva incarnare uno dei più complessi e drammatici passaggi storici del ‘900.
Fatherland nasce da quella istintiva esigenza universale di ritornare ad un passato non del tutto risolto che nasconde dolorose risposte a ferite ancora aperte. È il 1949,  Thomas Mann è stato invitato in Germania per ricevere il Goethepreis. Le celebrazioni per il bicentenario di Goethe gli offrono la possibilità di tornare nel suo Paese dopo sedici anni di esilio volontario e di visitarne entrambe le parti divise nelle due zone d’occupazione. Alla guida di una Buick nera, sua figlia Erika lo accompagna in questo viaggio dall’Est all’Ovest in cui lo scrittore fu accolto tanto con entusiasmo quanto con ostilità, mentre il lacerante dolore del suicidio del figlio Klaus attraversa entrambi personaggi in modo quasi opposto.
L’attore tedesco Hanns Zischler interpreta Thomas Mann con Sandra Huller al suo fianco che, nei panni di Erika, incarna il ritratto sublime di una Germania in cerca di equilibrio, devastata dalle colpe e dal fallimento dei padri e dalla responsabilità di un’identità culturale amata e rinnegata.
Asciutto, intenso, intimo e realistico, Fatherland, pur non raggiungendo l’eleganza intensa e drammatica dei film precedenti, riesce a dare forma alle anime e ai luoghi soprattutto grazie al consueto bianco e nero di Pawlikowski, levigato, luminoso e cinereo, curato dal dop Łukasz Żal, già autore di Ida, Cold War e La zona d’interesse (2023), che restituisce l’eterea sospensione di un tempo passato eppure ancora oggi influente.

Fatherland, Thomas Mann e la patria impossibile (di Nicola Davide Angerame)

Nel 1949, per il bicentenario di Goethe, Thomas Mann (Hanns Zischler) torna dopo sedici anni d’esilio nella Germania devastata, accompagnato dalla figlia Erika (Sandra Hüller). Da Francoforte a Weimar, dalla zona americana a quella sovietica, il premio Nobel attraversa una nazione contesa da due ideologie che vorrebbero appropriarsi della sua autorità morale.

L’autore dei Buddenbrook (che vanta almeno tre trasposizioni cinematografiche) e di Morte a Venezia, da cui Luchino Visconti trarrà nel 1971 un capolavoro di sensualità e malattia, ritrova una patria che non riconosce più. La terra della Kultur tedesca, contrapposta alla Zivilisation democratica occidentale nelle Considerazioni di un impolitico (1918), non esiste più. Né sopravvive intatto il credo di Mann, approdato dall’antidemocrazia giovanile alla difesa di un umanesimo militante. Il ritorno diventa così il confronto di uno scrittore con le rovine della propria nazione e del proprio pensiero.

Scegliendo un momento cruciale della vita controversa del più grande scrittore di lingua tedesca del Novecento, Fatherland (premio per la migliore regia a Cannes 2026), conclude idealmente la trilogia sull’Europa del dopoguerra inaugurato dal film premiato con l’Oscar Ida (2013) e proseguito con Cold War (2018). Sulla vicenda storica (romanzata perché fu la moglie e non la figlia ad acompagnare Mann in Germania) Pawlikowski innesta il dramma familiare di un padre severo e distante, incapace di trovare le parole per il suicidio del figlio Klaus (avvenuto a Cannes pochi mesi prima del viaggio), anche lui scrittore come l’amata sorella Erika, che nel film “guida” e il padre in una Buick nera che diventa il luogo del loro confronto silenzioso ma anche il simbolo dello sradicamento, una dimora senza patria.

Pawlikowski condensa questa complessità in un cinema di sottrazione, di scrittura e riscrittura, dove ogni eliminazione restituisce alle scene una vita interiore autonoma. Con Ida aveva scoperto, anche per necessità economica, la forza dell’inquadratura fotografica immobile, ispirata agli album familiari polacchi e a Bergman e Bresson. Ancora una volta in Fatherland, il bianco e nero di Łukasz Żal, le geometrie rigorose e le ellissi narrative trasformano la Storia in paesaggio dell’anima, e viceversa.


di Redazione
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