Obsession
La recensione di Obsession, di Curry Baker, a cura di Roberto Baldassarre.
Nel profluvio di horror sfornati annualmente, tra franchise, saghe, remake o prodotti spacciati per originali, ecco uno dei rari film che centra il bersaglio. Un horror non deve necessariamente generare spavento o ribrezzo, è sufficiente che riesca a tenere alta la tensione e coinvolgere fino alla fine. Avere una sceneggiatura che sappia ben sfruttare una piccola trovata. Proprio su questi aspetti summenzionati Obsession (2026) di Curry Baker riesce a distinguersi dagli altri prodotti coevi. In tempi lontani sarebbe stato un tipico B Movie o, poiché il fulcro del racconto è incentrato sull’esaudimento di un desiderio, virato però in horror, un film di serie Z.
Oppure, se fosse stato di minor durata ed epurato di sangue e rimandi sessuali, un episodio di Ai confini della realtà. Una goliardica variazione della fiaba di Aladino e la lampada meravigliosa contaminata con il beffardo racconto La zampa di scimmia di W.W. Jacobs, ma desunto da uno degli episodi cult de La paura fa novanta II (1991) de I Simpson (in una scena c’è una strizzatina d’occhio a una gag cinefila). Sceneggiato dallo stesso Baker, Obsession è una Rom-com che gradualmente precipita nel terrore, immergendosi però per un tratto nella commedia demenziale… ma i cui umori pervaderanno il seguito. I personaggi caratteristici ci sono tutti: il ragazzo impacciato (Michael Johnston), l’amico strafottente (Cooper Tomlinson), la bella ragazza desiderata (Inde Navarrette) e l’amica coscienziosa (Megan Lawless).
A ciò si aggiunge la piccola cittadina dalle atmosfere molto anni ’50 e/o anni ’60 con tanto di piccolo bazar con oggetti bizzarri. Il desiderio da tempo agognato (l’esser amati), avveratosi per magia con un artifizio che pare una delle ennesime truffe, può tramutarsi in un tremendo incubo da cui non si può uscire. Un desiderio, tra l’altro, nei pensieri di molti uomini, che vorrebbero una devozione completa e annullante dalla proprio donna, pronta a dire sempre “Ti amo” ed essere servizievole. Mentre l’altra principale brama è il denaro, come ben esemplifica beffardamente l’aspirazione di Ian. La funzionalità della trama è proprio quella di procedere narrativamente su due binari: lentamente si dispiega l’horror, con scoppi di violenza, però conducendo questo andamento con screziato humour che deflagra nel finale. Bear, avendo finalmente l’amore di Nikki, dovrebbe gioire per questo sentimento totale, ma invece questo rapporto (esoterico) è divenuto totalitario da parte della ragazza, che ormai pretende la stessa assoluta dedizione che lei dedica a lui. Una fedeltà sempre dettata dal sortilegio scaturito da quel bastoncino magico, perché Nikki, nel profondo, è conscia che ciò che sta facendo è contro la sua volontà.
L’incubo si concreta per Bear quando gli atteggiamenti di lei divengono ossessivi, eccessivi e violenti, con la casa, da principio espressione della solitudine del protagonista, tramutarsi in luogo claustrofobico da cui è quasi impossibile uscirne (l’artigianale sigillatura della porta con scotch). Baker calibra bene in particolare la messinscena, che non cerca ossessivamente la scena a effetto per stupire e far saltare lo spettatore dalla paura. Sono centellinate e sparigliate nello svolgimento, come ad esempio il sarcastico finale, che è in un certo qual modo catartico e sigilla, alla Sam Raimi, un horror con tutti i crismi.
di Roberto Baldassarre