La bolla delle acque matte
La recensione di La bolla delle acque matte, di Anna Di Francisca, a cura di Andrea Caramanna.
Anna Di Francisca continua a fare cinema come si deve e si dovrebbe, vale a dire infischiandosene di soggetti e sceneggiature ammiccanti… Ecco, da qui dovrebbe (ri)partire il “nuovo” cinema italiano, ma anche quello internazionale, visto che La bolla delle acque matte celebra innanzi tutto l’impossibilità di individuare divisioni tra umani. Andare oltre, unirsi più che dividersi, come si sforza di fare il protagonista sindaco Lorenzo (Fausto Russo Alesi) recitando un “mea culpa” di fronte alla debolezza di cedere alle divisioni egoiche… Tutti uguali, invece, di fronte agli stessi traumi della vita, la guerra, la morte, l’esilio, laddove rialzarsi e ricominciare è lo status quo emblematico, simbolizzato perfettamente dal terremoto… Quel “nulla possiamo sul terremoto e sul clima” suona più di tutti come comandamento divino… La hybris, ovvero il peccato di tracotanza dell’uomo diretto a controllare e modificare la terra che invece ci racconta i suoi segreti come quello delle sorgenti misteriose del film.
In La bolla delle acque matte ritorna tutta la speculazione che abbiamo visto nel precedente Evelyne tra le nuvole, con quella sensazione di respirare ancora più profondamente il territorio, campi e cielo, luci ed ombre, e naturalmente tanti animali (le galline in fuga… ) aprono il film lasciando che lo spettatore sia risucchiato (a patto che egli stesso abbia il coraggio di cedere… ) in un mondo “alieno” rispetto a quello sterile, modernizzato.
Un mondo sempre più sotto controllo orwelliano, dove i droni spiano ogni movimento, dove ogni cm di terra è trasformato in possibile business… Ma quanto può costare la resistenza umana? Quanto si può scansare l’attentato continuo da parte del braccio armato transumano tecnologico? E non è un caso che il primo cellulare che vediamo in funzione nasconda poi il corpo della seduzione tecnologica, ai quali i nostri protagonisti reagiranno come umani e non come esseri già vinti dal demonio tecnologico… Così Di Francisca racconta l’avventura di corpi antichi, “resistenti”, che si incontrano, si scontrano, tra sapori, spezie, dolci, piccanti, disquisizioni poetico gastronomiche, che potrebbero creare divisioni, ma che invece sono terreno fertile di ulteriore condivisione e di un reale sviluppo.
Il film gode di questa leggerezza che non si potrebbe neanche definire da “commedia”. Sarebbe un torto, perché le “commedie” tradizionali ci riportano a studiate arti retoriche, costruite su strutture molto regolari e riconoscibili… Invece qui siamo portati ad allentare la tensione, ma non a respirare a comando, secondo protocolli sanitari, come nella terapia psicologica che raccomanda rimedi laddove nasconde invece trappole insidiose per i nostri protagonisti. In questo racconto, che ricorda ancora la criptofantascienza delle commedie e proverbi rohmeriani, sono le grazie e le sibille che confermano una presenza altra, angeli o esseri gentili che forse difendono dalle pervicaci molestie (la terribile burocrazia ricostruttiva, il miraggio dell’hype in rete e degli influencer e dei followers… ) quella scintilla di umanità rimasta. Poca roba certo, ma è quella su cui vogliamo di sicuro puntare per il futuro!
di Andrea Caramanna