Illusione
La recensione di Illusione, di Francesca Archibugi, a cura di Gabriele Barrera.
Chiamatela una lolita dell’Est, chiamatela una vergine moldava. Lei è la quindicenne Rosa (Angelina Andrei), un’adolescente che coltiva l’illusione di diventare fotomodella, ma soprattutto di salvare sua madre e se stessa dalla desolazione fatta di baracche alla periferia di Buftea, Romania. Dopo un prolisso peregrinare fra gli untuosi privé di Strasburgo e di Bruxelles, addirittura nella sauna del Presidente del Parlamento Europeo, Rosa finisce sul marciapiede della città di Perugia e da lì – più morta che viva – gettata via in un fosso. Ed ecco che il vicequestore Pizzirò (Filippo Timi), la sostituta procuratrice Camponeschi (Jasmine Trinca) e lo psicoterapeuta Mangiaboschi (Michele Riondino) devono far squadra per fare emergere la verità. Ma ogni cosa si complica. Rosa, incontenibile ninfa plebea, seduce malgré lui lo psicologo, che ha pure antichi segreti capaci di minare la tranquillità borghese sua e della moglie (Vittoria Puccini). E per di più, la ragazza pare non riuscire a distinguere sempre fra fantasia e realtà, in una collosa illusione che ha, colpo di scena, i connotati di un disturbo psichiatrico…
Il film di Archibugi (2025, presentato alla 20ma Festa del Cinema di Roma a fine ottobre scorso, ma uscito solo ora nelle sale), ispirato a un trafiletto di nera, sceneggiato dalla stessa regista e da Francesco Piccolo, pur traendo linfa dal consueto tronco narrativo (l’epifania di un’adolescente o bambina anomala in grado di sparigliare le carte nel mondo che la circonda, come in Mignon è partita o Il grande cocomero), rovescia le qualità dei suoi titoli più celebri. Il racconto, altrove robusto e delicato assieme, è qui dispersivo e impreciso, con troppi rivoli narrativi che si diramano uno dietro l’altro (si approda perfino all’inseminazione artificiale, alla moda degli instant book, per tacere delle corna, e sì, manca solo l’invasione delle cavallette). Ma è lo stesso genere – il thriller – a significare ipso facto un passo falso per Archibugi, alle soglie del trash, come già accadeva per le sequenze fantascientifiche de Gli sdraiati. E perfino le musiche del jazzista Battista Lena, abituale collaboratore e coniuge di Archibugi, sono più anodine che mai.
di Gabriele Barrera