Il diavolo veste Prada 2

La recensione de Il diavolo veste Prada 2, di David Frankel, a cura di Antonio Quaranta.

Dopo vent’anni  Miranda, Andy, Emily e Nigel ritornano a vestire i panni lasciati nel 2006 per un sequel arrugginito, o almeno alla pari delle intenzioni che lo muovono.

Il diavolo veste Prada 2 ha al centro due grossi plot, uno materiale e l’altro legato all’avanzamento gerarchico delle protagoniste femminili. Se infatti il film di David Frankel sembra concentrarsi sulla crisi del giornalismo e dell’editoria anche nel mondo lussuoso della moda, il sequel si occupa in primis di rivelarci ciò che è avvenuto alle sue protagoniste: non più deboli o in preda alla soggezione dei loro individuali ruoli attivi e passivi ma donne già arrivate, costruite e desiderose di cambiare il proprio passato e quello del film.

 Il problema di questo fin troppo lineare e macchinoso “secondo atto”, è aver costruito un film-revival che guarda nostalgicamente al passato avendo la pretesa di far evolvere una storia che funzionava proprio sui suoi opposti. È innegabile il tentativo della sceneggiatrice Aline Brosh McKenna di provare a fare un salto in più delineando la crisi di un intero settore, quello del giornalismo, per capire come l’azzeramento e ribaltamento dei ruoli tra Miranda, Andy ed Emily possa essere funzionale ad inquadrare una riflessione sul quarto potere.

Lo si vede dalle due posizioni differenti ma comuni dei due altereghi di Anne Hathaway e Meryl Streep; Andy ha avuto in questi vent’anni la carriera a cui aspirava nel primo film diventando una giornalista d’inchiesta affermata ma dovendo fare i conti con la crisi del settore e con il licenziamento. Nemmeno la dispotica miranda se la passa benissimo a Runway (la fittizia rivista emulatrice della celebre Vogue America) non riuscendo ad adattarsi alla profonda rivoluzione del giornalismo digitale. Così i destini di entrambe si rincontrano quando Andy viene nominata dall’editore nuova caporedattrice di Runway. Nel film c’è spazio anche per gli altri due protagonisti, seppur in un’ottica molto più marginale: mentre Nigel fa sempre Nigel, l’eterno braccio destro di Miranda, Emily adesso ricopre il ruolo di brand manager per Dior, la quale dovrà decidere se concedere o no importanti finanziamenti a Runway superando vecchie ruggini col suo ex capo.

Ciò che emerge quindi è una caratterizzazione di cambiamento per le tre figure femminili, la gerarchia di potere viene mescolata e ribaltata, mettendo timidamente al centro la crisi del giornalismo in tempi contemporanei e digitali. Non avendo, però, la forza per comporre né una riflessione ben strutturata sull’editoria e non essendo nemmeno in grado di occuparsi del contrasto tra le personalità femminili protagoniste del film.

Quello che manca a Il diavolo veste Prada 2 è il sale di ogni sceneggiatura che si rispetti: il conflitto. Il grande merito del primo film risedeva proprio in una personale rappresentazione, patinosa ma realistica, di un certo ambiente tossico della moda mediante il giornalismo; sia la Streep e la Hathaway impersonificavano delle perfette nemesi, contraltari opposti destinati a conquistarsi reciprocamente la fiducia. Tutto questo nel sequel non c’è perché l’obbiettivo del duo Frankel/McKenna sembra essenzialmente quello di anestetizzare una narrazione apparentemente condizionata da fusioni editoriali abbastanza improbabili alla Succession (serie HBO), in favore di un girl power aziendale tra le tre protagoniste. Con la pacificazione tra Miranda e Andy, rincorsa per tutto il film, anche gli eventi mondani ne risentono diventando, rispetto a ciò che accade ne Il diavolo veste Prada 1, oggetti esili, fragili, quasi sconosciuti; tant’è che nella sequenza abbastanza soporifera della Milano Fashion Week, tocca alla popstar Lady Gaga salvare il ritmo del film con un mini concerto.

Il diavolo veste Prada 2 dimostra che molto spesso i sequel sono essenzialmente operazioni commerciali nostalgiche, dove il brand cinematografico viene rianimato per uniche ragioni di incassi e non creative. Miranda, Andy, Emily e Nigel, nel loro ritorno, sono la prova che certe volte ciò che non è necessario va lasciato così com’è. Preservando l’origin story dadubbiosi seguiti grossolani.


di Antonio Quaranta
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