Prima dell’alba
La recensione di Prima dell'alba, di Richard Linklater, a cura di Francesco Maggiore.
Lucky Red ha riportato nelle sale un cult generazionale, Prima dell’alba, probabilmente il grado zero del romanticismo moderno. Diretto da Richard Linklater, il film è interpretato da due attori (all’epoca) in stato di grazia: Ethan Hawke e Julie Delpy. Il primo era uno dei volti giovanili più interessanti della generazione X del cinema statunitense (stiamo parlando del 1995), mentre la Delpy era reduce da uno dei capitoli della monumentale trilogia di Krzysztof Kieslowski, ovvero Tre Colori: Film Bianco.
Se il cinema romantico dell’epoca era basato sui gesti e sugli equivoci della commedia, il minimalismo radicale di Linklater ha portato elementi di originalità su una trama perlopiù inesistente. Tutta la pellicola è focalizzata sulla forza del dialogo, e la sceneggiatura trasforma la conversazione in un’azione drammaturgica. La sensazione predominante è quella di discorsi così spontanei e pulsanti, che mai risultano “scritti” nel senso artificiale del termine. La macchina da presa segue i protagonisti con i suoi long takes, e lo spettatore riesce a percepirne la crescita di intimità in tempo reale. Ci sono due separazioni molto precise nei loro caratteri: Jesse è tanto americano quanto rozzo e autoironico per protezione personale, mentre Céline è vibrante, intellettuale e orgogliosa.
Se il primo è perdutamente affascinato dalla profondità europea, la seconda non ha paura di sfidare le visioni del mondo di Jesse. Nessuna parola, ma solo gli sguardi rubati di un desiderio nascente, in cui emergono scene di una vulnerabilità potente come quella della cabina di ascolto nel negozio dei dischi. E Vienna stessa, è una scelta non scontata rispetto alla metropoli romantica per eccellenza, ovvero Parigi. La capitale austriaca funge da limbo temporale per una notte. In questo luogo magico, Jesse e Celine sono fuori dal mondo attraverso le loro parole come alleate sottili, e il tempo come vero antagonista narrativo. L’alba imminente carica ogni battuta di una malinconia sottile ma costante, e l’amore nasce spesso dallo scontro di due menti, non solo tra due corpi. Forse nel 1995 il fatto che mancassero i social e tutto ciò che permette (e ricrea) la connessione digitale tra due anime, rende l’addio (o arrivederci testimoniato dai due sequel) tra i due protagonisti come uno dei momenti più dolci-amari del cinema moderno.
Un atto di fede che è sia poetico che romantico nonostante la loro separazione forzata. Sebbene siano passati più di trent’anni, la pellicola di Linklater era e rimane uno straordinario esempio di come la vita spesso e volentieri sia fatta di momenti irripetibili, che permettono di immergersi nel tempo sospeso (e cinematografico) degli eventi. Il valore di questo ritorno in sala non risiede solo nel fascino nostalgico di un’opera che ha ridefinito il genere romantico. I sequel, Before Sunset e Before Midnight, hanno poi certificato la portata espansiva del piccolo universo di Linklater. Ciò che a Vienna nasce come uno scontro di menti e un collegamento tra anime fuori dal mondo, nei capitoli successivi si trasforma in una riflessione spietata e matura sullo scorrere del tempo.
In questo senso, l’addio del 1995 non è solo una testimonianza simbolica , ma il primo segmento di un esperimento cinematografico unico, in cui la genuinità dei dialoghi è diventata il parametro di misura per raccontare quella che è l’essenza stessa della vita stessa attraverso i decenni.
di Francesco Maggiore