Resurrection
La recensione di Resurrection, di Bi Gan, a cura di Antonio Quaranta.
Resurrection di Bi Gan rappresenta due mondi. La visione coerente della poetica del regista e il tentativo ambizioso di rifondare il linguaggio cinematografico attraverso un confronto diretto con la storia del cinema. Dal punto di vista narrativo l’ultima opera di Gan riprende già una ripetitiva tendenza, vista nei suoi film precedenti, nell’estinguere la linearità del racconto a favore di una struttura labirintica e temporale.
Se in Kaili Blues (l’esordio del regista) il viaggio del protagonista era ancora il filo conduttore del racconto, e in Un lungo viaggio nella notte la ricerca amorosa organizzava il passaggio tra amore e sogno, in Resurrection la vitalità della narrazione è rappresentata da una serie di episodi autoconclusivi e apparentemente autonomi. In questo senso il film stesso può essere letto come un’allegoria della storia del cinema stesso.
Ad esempio, le sequenze che invocano il cinema muto rimandano ad una dimensione dell’immagine come puro sforzo realista, mentre i segmenti più vicini al genere noir o al melodramma riflettono sulla codificazione e sulla capacità del cinema di fare propria l’autonomia della scrittura. Un tentativo di stratificazione che non può non richiamare il Godard di Histoire(s) du cinèma: un archivio di episodi che ricostruiscono il cinema attraverso la sua tipizzazione, i generi, con la differenza che Bi Gan sostituisce al montaggio “saggistico” uno sensoriale e immersivo.
Inoltre in Resurrection è proprio il tempo con le sue storie autonome e i suoi personaggi – una ragazza in conflitto con la realtà onirica e un giovane sognatore nella sua odissea metafisica tra epoche e generi – a far diventare la durata una condizione ontologica dell’immagine cinematografica.
Nella gestione dell’immagine-tempo il cineasta cinese riesce ad avvicinarsi ai suoi grandi miti e punti d’ispirazione come Tarkovsky e Bèla Tarr; il tempo del film non è subordinato alla narrazione ma diventa materia stessa dell’immagine, operando un effetto ipnotico che sospende l’azione del reale e solidifica la percezione dell’immagine-sogno. A differenza però di Tarr e Tarkovsky, Gan insiste sulla metamorfosi, facendo del proprio cambiamento stilistico un principio strutturale.
I corpi rappresentati in Resurrection assumono un ruolo centrale, personaggi “episodici” spesso segnati da una condizione di marginalità e quindi di trasformazione: il loro rapporto col mondo li rende sia capaci di vivere il sogno ma anche di scomparire. Tale dinamica, attraverso i viaggi tra i generi, suggerisce come il cinema per il regista cinese sia un’esperienza inseparabile dal corpo e dal tempo infinito della settima arte.
La visionaria opera di Bi Gan, quindi, riconoscibile per il suo stile complesso e stratificato, sviluppa in primis una riflessione sul cinema, indagando il tempo, la memoria e la sopravvivenza delle immagini. Un meta racconto cinematografico sulle infinite possibilità del film come dispositivo sperimentale e in perenne evoluzione.
di Antonio Quaranta