Mio fratello è un vichingo
La recensione di Mio fratello è un vichingo, di Andres Thomas Jensen, a cura di Guido Reverdito.
Con Mio fratello è un vichingo (titolo italiano parzialmente sfocato rispetto al ben più centrato e incisivo L’ultimo vichingo dell’originale danese mantenuto dalle nostre parti solo come sottotitolo), Anders Thomas Jensen torna a raccontare legami familiari disfunzionali con la ferocia comica che lo ha sempre contraddistinto, confezionando un film che si sottrae a qualsiasi etichetta comoda. Non è un noir pur potendolo sembrare di primo acchito. Non è soltanto una commedia pura, ma nemmeno un dramma tout court: è tutte e tre le cose insieme, e spesso nello stesso minuto.
La vicenda ruota attorno ad Anker (Nikolaj Lie Kaas), rapinatore fresco reduce da quindici anni di galera, che torna a cercare il bottino nascosto dall’instabile e imprevedibile fratello Manfred (Mads Mikkelsen). Il problema è che Manfred non è più quello di prima: il disturbo dissociativo della personalità che lo affligge da sempre (relegandolo al ruolo di diverso per antonomasia fin dai tempi delle elementari) si è pesantemente aggravato, convinto come al presente è di essere John Lennon. La refurtiva è sepolta da qualche parte nella vecchia proprietà di famiglia, nel cuore di una foresta incontaminata. Un luogo in bilico costante tra la geografia fisica e quella della memoria, cui è possibile accedere soltanto dopo aver fatto i conti con un passato che nessuno dei due ha davvero elaborato. Il denaro, ben presto, diventa un mero pretesto: quello che il film vuole davvero disseppellire sono i traumi condivisi, le cicatrici, la distanza cresciuta in quindici anni di assenza.
Jensen è uno dei nomi di spicco del cinema danese degli ultimi decenni: non solo come sceneggiatore di punta di molti film di successo (un elenco interminabile di titoli tra cui ve ne sono anche tre realizzati secondo i canoni del gruppo Dogma 95, l’ultimo dei quali – Open Hearts – aveva segnato l’inizio della fortunata collaborazione con Susanne Bier, proseguita poi con Non desiderare la donna d’altri e Dopo il matrimonio), ma anche come regista in proprio. Campo nel quale il 54enne di Frederiksværk aveva esordito col botto nel 2000 con Luci intermittenti, campione d’incassi ai botteghini danesi in quella stagione, cui era poi seguito il dittico di The Green Butchers e Le mele di Adamo, trilogia corrosiva sull’insostenibile pesantezza dell’essere di una serie di derelitti relegati ai margini di una società del benessere apparente come quella della Danimarca.
Con questo suo sesto lungometraggio presentato fuori concorso a Venezia lo scorso anno, Jensen costruisce il racconto con un ritmo serrato e un umorismo nero in formato scandinavo doc che non risparmia nulla: non le situazioni assurde, non una serie di personaggi grotteschi ai limiti del caricaturale, ma nemmeno i molti momenti di tensione quasi insostenibile che sfociano improvvisamente nello splatter di una violenza volutamente esasperata. Anche se a tratti è difficile non avvertire l’eco dei fratelli Coen prima maniera, così come tracce insindacabili di certo Aki Kaurismaki o del Teemu Nikki di titoli quali i surreali Il cieco che non voleva vedere Titanic o La morte è un problema dei vivi, il film ha una personalità tutta propria che non deve nulla a nessuno. Soprattutto grazie a un’idea narrativa memorabile che parte come l’ennesimo delirio strampalato per arrivare però a toccare le corde più intime del pubblico: per riportare Manfred alla realtà, Anker decide infatti di ricreare i Beatles, andando a cercare in giro per Svezia e Danimarca altri sciroccati con analoghe problematiche di dissociazione della personalità (tra le quali vi siano anche quelle necessarie di Ringo, Paul e George…).
Il motore dell’intera operazione e in parte anche il suo vero punto di vera forza sono però i due protagonisti, che con Jensen avevano già fatto coppia ne Le mele di Adamo e nel più recente Riders of Justice: non ostante una carriera ormai lunga trent’anni esatti e 43 film agli ordini di grandi nomi della regia mondiale in generi cinematografici lontanissimi gli uni dagli altri, col sui vichingo scollato dalla realtà Mikkelsen rischia di regalare al cinema una performance attoriale difficile da superare nei giorni a venire: il suo straordinario Manfred è al tempo stesso ridicolo, imprevedibile e profondamente umano, capace di radicare anche le sequenze più bizzarre in una credibilità emotiva autentica. Lie Kaas (il fratello criminale che si porta dietro un segreto innominabile che è la grande sorpresa finale della sceneggiatura da non rivelare a nessuno che abbia intenzione di visionare il film) gli risponde con una stanchezza malinconica, e con una catatonia emotiva nello sguardo spento di chi ha pagato un conto salatissimo con la Vita senza aver avuto in cambio nulla che possa compensare le conseguenze di troppe scelte sbagliate ma anche di opportunità mai veramente avute.
Non tutto funziona alla perfezione. La seconda metà del film rallenta il passo rispetto all’energia travolgente della prima, e quando il registro si fa più drammatico, emergono alcune difficoltà nel toccare davvero il nervo scoperto delle relazioni tra i personaggi. La struttura volutamente libera può disorientare, e il tono oscillante tra commedia nera e dolore autentico può non essere la ricetta vincente per tutti. Ma proprio questa voluta e cercata incompiutezza, questo rifiuto di addomesticare il racconto tipico di una certa intransigenza drammaturgica che Jensen si porta dietro per le frequentazioni del movimento di Dogma 95 è ciò che rende il film un gioiello raro in cui si ride amaro a ritmi di tragedia, infliggendo ferite profonde senza il sadismo compiaciuto nel farlo, riuscendo a parlare di identità e appartenenza con una franchezza che il cinema europeo di razza sa esprimere meglio di chiunque altro.
di Guido Reverdito