Fantaisie

La recensione di Fantaisie, di Isabel Pagliai, a cura di Roberto Baldassarre.

Presentato in anteprima nazionale alla 24ª edizione del BAFF, Fantaisie (2025) è il passaggio al lungometraggio di Isabel Pagliai, autrice francese che ha già al suo attivo tre cortometraggi. Un cambio registico non soltanto nell’estensione della durata narrativa, ma anche nella scelta di raccontare l’adolescenza di una ragazza, piuttosto che l’infanzia come nei precedenti corti Isabella Morra (2015) o Tender (2020).

Mentre in questa “prima esperienza” permane quel gusto per la ricerca linguistica, a livello d’immagini e di forme verbali, che prosegue il solco tracciato da Jean-Luc Godard e Guy Debord. Protagonista di questo docudrama introspettivo, nel quale il documentario si mescola con la finzione narrativa, l’impressionismo con l’espressionismo e il reale con l’onirico, è la giovane Louise (Luise Morel), una teenager inquieta che vive solitaria in una casa isolata nel bosco. Una figura femminina fisica (il corpo livido) ma contemporaneamente astratta, poiché quasi sempre rappresentata come una silhouette emotiva.

Ma interiormente a questa stratificazione visuale e congerie di generi artistici, Fantaisie è un (auto)biopic, poiché la sceneggiatura, scritta dalla stessa Pagliai assieme a Mathias Bouffier, si basa sugli scritti di Louise Morel. Un (auto)ritratto video costellato di confessioni, memorie e citazioni frazionate che alla fine formano la fisionomia lirica e fisica della protagonista. Una conoscenza che avviene dapprima in maniera diaristica (il quaderno ritrovato e letto su un treno da uno sconosciuto) e poi prosegue per frammenti d’immagini e di parole, nel quale è lei stessa a confidare i propri turbamenti emotivi ed erotici oltre che le piccole fantasie che le sorgono. La videocamera della regista la scruta con pudore, osservandola a distanza mentre solipsisticamente si aggira nella sua casa, tra ombre, penombre e stralci di luce oppure stringe su alcune sue parti del corpo, come se cercasse di penetrare nel trincerato animo (la fragile lacrima) di Louise.

Sono poi proprio queste variazioni di luce – Isabel Pagliai è essa stessa curatrice della fotografia – che metaforicamente evidenziano gli stati emotivi della protagonista. Spesso il buio taglia nettamente a metà il corpo o il viso di Louise, a evidenziare questa doppiezza sensitiva. A suo modo è una tragica eroina, una trasfigurazione – o aggiornamento – di Ophelia. E come la mitica co-protagonista della piéce Amleto di William Shakespeare, Louise è una figura fragile e innocente, asincrona in un mondo materiale e arido. Il rimando a Ophelia si palesa visualmente quando Louise è pensierosa e vulnerabile nella vasca da bagno o immersa, come se fosse morta, nell’incontaminato fiumiciattolo del bosco.

Però lei è anche una novella Amleto, avvolta nelle sue irrisolutezze esistenziali – ma anche chimeriche – che s’interroga su se stessa (del presente e del passato) e su tutto ciò che la circonda. Fantaisie, con il titolo che rimarca questa forma impalpabile del racconto, diviene anche un etereo Coming of Age ma senza quel definitivo passaggio, che resta sospeso: per inerzia o perché tutto è soltanto una personale fantasticheria.


di Roberto Baldassarre
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