Il Vangelo di Giuda
La recensione di Il Vangelo di Giuda, di Giulio Base, a cura di Gianlorenzo Franzì.
Se si può rintracciare un fattore comune all’estetica di Giulio Base come regista, è di sicuro un gusto per l’eccesso che si riverbera nelle scelte, via via sempre più mirate, di soggetti storici nei quali sembra divertirsi a trovare dei punti di vista stordenti.
Inevitabile come gli esiti siano quindi di volta in volta fortemente influenzati proprio dal tema del racconto: in questo senso Il Vangelo di Giuda è sicuramente uno dei suoi esperimenti più riusciti ed ammalianti.
Esperimento, si, ma alchemico verrebbe da dire – caratteristica che sembrerebbe stridere con la natura biblica della storia raccontata.
Ma fin dai titoli di testa c’è qualcosa di diverso, la voglia di esplorare una storia (s)conosciuta ma con uno sguardo altro, non rivoluzionario ma personalissimo.
E allora ecco che si accendono caratteri rosso sangue su uno sfondo nero sottolineati da una musica metal, che si interrompe bruscamente aprendo il film sul primo piano del volto di Gesù insanguinato, in croce, mentre l’audio sottolinea un affanno senza far capire se venga dallo stesso Cristo o dalla figura ammantata di nero che corre in lontananza, dietro di lui, sparendo dietro la collina.
Allora, seppure nella forma rassicurante della pagina messianica, Il Vangelo di Giuda continua a vivere di contrasti, di eccessi di pensiero: a partire da quella voce off che in pratica si sostituisce ai dialoghi tutti rigorosamente in aramaico antico, voce che sembra spezzare sul nascere qualsiasi ritmo del racconto ma che invece vuole anche in questo caso offrire una dinamica cinematografica nuova. Perché quello di Base è in tutto e per tutto un Gesù raccontato: non è la storia, non è un biopic sacro, è in tutto e per tutto la versione di Giuda.
Un Giuda che non vedremo mai in viso proprio per sottolineare che si vuole seguire un solo binario, quello del dualismo Giuda/Gesù: da una parte il figlio di Dio che ha mille e un solo volto; dall’altra il bugiardo, il ladro, il traditore che di volto non ne ha neanche uno se non quello nascosto nella sua voce, nella sua versione.
Contrapposizioni drastiche e quasi violente su un tappeto narrativo morbido, la voce appunto (quella calda, accogliente, di Giancarlo Giannini): all’inizio e alla fine -che sono poi la stessa scena- con la frenesia invasata di chi sta per mettersi un cappio al collo mentre fa un racconto e quasi ci scherza su.
Opera costruita sul contro-campo -come giuda lo è di Gesù; come il film lo è degli ultimi giorni di Cristo-, Il Vangelo di Giuda ricalibra continuamente la sua narrazione per frenarsi un attimo prima del dolore, un attimo prima del grido, mostrando in questo modo una sofferenza più intima e per questo insopportabile. Quasi come la consapevolezza che la morte di Giuda e di Gesù siano una con l’altra indissolubilmente legate in maniera co-dipendente e quasi blasfema da un rapporto causa/effetto; una necessità, quella di Base, di raccontare l’altra faccia di ogni medaglia, per raccontare chi diede la vita per l’avverarsi di una profezia che non lo riguardava.
Con una scelta degli attori (specialmente Vincenzo Galluzzo come Gesù e Abel Ferrara come Erode) e delle location (la Calabria, rocciosa, implacabile, eterea) impeccabile, Base gira uno dei suoi film migliori, di impatto, enigmatico e maestoso, sorta di horror religioso che paradossalmente tiene fuori la religione da un racconto invece intriso da un senso di immanente, oscura inesorabilità.
di Gianlorenzo Franzì