Intervista a Sarah Miro Fischer
L'intervista a cura di Roberto Baldassarre.
Nell’ambito della 6ª edizione del Festival del cinema tedesco, abbiamo avuto occasione d’intervistare la giovane film-maker Sarah Miro Fischer, al suo esordio nel lungometraggio con The Good Sister. Presentato al 75º Festival di Berlino, nella sezione Panorama, in Italia è distribuito dalla Lucky Red.
Come è nata l’idea del film? La tematica, ossia lo stupro, era già al centro del cortometraggio Spit (2022).
Il tema della violenza sessuale è da molti anni che mi interessa. Però in Spit ho affrontato l’argomento in maniera molto differente. Quando ho deciso di realizzare il mio primo lungometraggio, stavo cercando una storia e mi è tornata alla mente un determinato momento, una frase che avevo letto. Qualche anno prima partecipai a una manifestazione per l’8 marzo, su una bandiera c’era scritto “Perché conosco tante vittime di violenza sessuale, ma nessun colpevole?”. Questa domanda mi impressionò, mi fece riflettere. Quindi pensai a una storia che partiva da questa domanda e la sviluppasse. Altra questione che mi piaceva affrontare era la difficoltà di avere una visione nitida sull’accusa di uno stupro. Perché è molto più facile dire cosa è corretto e cosa no quando le cose accadano da lontano, ma quando il fatto ci riguarda da vicino, diviene più complicato un giudizio. Quindi ho pensato di creare questa storia di due fratelli, perché solitamente questo tipo di relazione è molto stretta e confidenziale.
Questo è il tuo primo lungometraggio. Come è stato il passaggio tra il formato breve e quello lungo? Sia a livello di storytelling che di lavoro sul set.
Girare un lungometraggio mi è piaciuto maggiormente, perché si ha più tempo per cogliere il ritmo produttivo e relazionarsi meglio con la troupe e gli attori. Instaurare un linguaggio comune. Si crea come un piccolo mondo. Mentre la realizzazione di un cortometraggio di solito si svolge in pochi giorni, e ciò comporta poco tempo di sviluppare bene il progetto e conoscere gli altri.
Il titolo originale era Blue Marks, come mai lo hai cambiato?
Inizialmente assieme a Agnes Maagaard Petersen avevamo immaginato una scena, che poi abbiamo cambiato, in cui il fratello si sporcava le mani di marmellata rossa, come fosse sangue. Non l’abbiamo girata perché non ci pareva coerente con il resto. Ugualmente abbiamo pensato che Blue Marks crea un’associazione alla violenza domestica più che a quella sessuale. Quindi non volevamo che gli spettatori credessero che fosse un film sulla violenza domestica.
Uno dei punti di forza di The Good Sister è la protagonista, Marie Bloching. Come l’hai scelta?
Ho fatto il casting attraverso Berti Caminneci, che mi ha proposto alcuni attori, tra cui appunto Marie. Mi mandò un video in cui faceva delle cose e mi piacque molto. Incuriosita, mi sono messa a vedere cosa aveva fatto precedentemente e ho visto che aveva fatto molte commedie, tra cui un serial molto popolare. Era già super famosa ma io non la conoscevo (sorride). Mi piaceva l’idea di metterla alla prova in un ruolo drammatico, perché sentivo che lei poteva apportare qualcosa di inusuale e innovativo a questa figura femminile. Poi a partire da Marie abbiamo cercato gli altri attori.
Quello che predomina nel film è il dubbio della protagonista, legatissima al fratello. Penso in particolare a una scena, quella in cui lei si sta lavando i denti e il fratello entra senza bussare. Pare sia il momento di svolta, di concretizzazione della paura. Avendolo alle spalle, lei non è più sicura di lui.
Mi interessano molto i corpi e in quella scena sento che la protagonista comincia fisicamente a sentire la portata del problema. Prima era ancora frastornata, infatti durante l’interrogatorio con la polizia da risposte confuse. Poi c’è la sequenza del compleanno, un momento di festa e tutti sono felici, infine quella scena del bagno. Il suo corpo comincia a sentire qualcosa, sebbene ancora non le è del tutto chiara la faccenda. Quindi sente la necessità di confrontarsi con il fratello, facendogli delle domande.
Il dubbio si manifesta anche attraverso un’altra scena, come se volessi descrivere che dietro la patina di normalità c’è invece un grosso problema. È rappresentato dal rubinetto, che lei cerca di riparare – senza riuscirci – e poi scopre che sotto il lavello (dietro quello che di solito vediamo giornalmente), c’è una grossa perdita che ha reso il muro umido. Un’immagine che mi ha fatto pensare all’inizio di Blu Velvet di David Lynch. Ossia che sotto il suo ci sia l’orrido.
Mi interessa sempre cercare immagini che possono comunicare cose in maniera astratta. Qualcuno può vedere una metafora lì oppure in un’altra scena. Credo che questo sia giusto.
Altra sequenza che ritengo fondamentale, è quella del corso di disegno. La protagonista prima decide di fare da modella per esibire il suo corpo, come se volesse farsi desiderare e/o adescare un uomo. Abbordato il suo compagno di corso, è come se attuasse un esperimento, per valutare se è così scontato passare da un semplice flirt alla violenza fisica.
Questa sequenza l’ho immaginata come se fosse parte di un trittico. Un nuovo punto di vista della protagonista. Prima la sequenza alla stazione di polizia, poi la sequenza al centro di depilazione, e infine il corso di disegno. Sono tutte connesse e tutte sono centrate sul punto di vista. Prima Marie si espone, poi diviene vulnerabile, infine cambia nuovamente. Marie cerca di capire con il corpo quello che non riesce a comprendere con la mente.
Per la scena di sesso, hai utilizzato una Intimacy coordinator?
Sul set ne avevamo due. Per quella scena si, abbiamo usato una intimacy coordinator, che era poi quella che s’incaricava delle questioni più complicate. Mentre l’altra gestiva i bambini o altre situazioni meno importanti.
Nel finale pare che tutto sia tornato alla normalità, con il pianto del fratello come catarsi. Però quella telefonata della sorella alla polizia, rimescola tutte le carte.
Si, il dubbio resta anche nel finale.
Prossimo progetto? Al momento sto lavorando a tre progetti. Devo vedere come si sviluppano per vedere quale sarà realmente il prossimo. Però ho già molta voglia di tornare a girare (sorride)
di Roberto Baldassarre