L’ultima missione – Project Hail Mary
La recensione di L'ultima missione - Project Hail Mary, a cura di Gianlorenzo Franzì.
Che Phil Lord e Cristopher Miller fossero due autori pronti a sovvertire le regole del cinema d’autore mescolandole con quello mainstream si era capito: dalla rivoluzione di Solo: A Star Wars Story che era un chiaro segnale, fino alle sceneggiature di due gioielli come Spider-Man: un nuovo universo e Spider-Man: Across the Spider-Verse.
Certo, Project Hail Mary è un po’ una sorpresa perché è il loro primo progetto su una sceneggiatura non derivativa, e nonostante questo è un eccellente esempio di world building, di freschezza di scrittura, di equilibrio nella messa in scena. Mostrando che la leggerezza non è mai sinonimo di banalità, anzi è una dimensione difficilissima da raggiungere ma poi perfetta per giocare con il senso delle cose: L’ultima missione sovverte quasi radicalmente la solita fantascienza, perché inietta la gioia del sorriso e l’imprevedibilità delle regole dell’animazione in un film live action che è in fondo una riproposizione di quella fantascienza umanistica che viene da Tarkovsky. E nonostante questo, a ben guardare, Lord e Miller vi hanno (sovra)scritto una commedia d’interni che sfiora la screwball eppure lentamente gonfia e allarga i suoi confini fino a diventare una riflessione etica intensa e potentissima, che attraversa con intelligenza l’animazione, il live action, il digitale, l’analogico, a spettacolarità della sci-fi più pura; ma reinterpretando tutto con sentimenti vivi ed emozioni vere, girando un grande film moderno di genere.
Ad esempio, la consistenza rocciosa di uno dei due protagonisti del film, l’alieno Rocky, non è certo scelta a caso, ma uno dei tanti baricentri della trama: partendo dalla sua pesantezza fisica si arriva ad una presenza concreta (che abita lo spazio fisico proprio come un attore nonostante sia ricreato in CGI) ma poi anche la si confronta con il modo di esprimersi della sua razza ovvero con la musica, l’elemento più etereo e dolce, vera e propria antitesi della pietra.
Project Hail Mary è una continua scoperta della vita, dell’esistenza, dei suoi significati più elementari e per questo più grandi, immanenti, e mentre immagina una storia di solitudini (cos’altro sono le vite della scienziata di Sandra Hüller, del professore di Ryan Gosling, dello stesso Rocky, se non grandi vuoti?) arriva alla consapevolezza del proprio isolamento, e finisce mettendo in connessione tutto e tutti.
La cosa incredibile del film di Lord e Miller è poi proprio questa, la capacità di fare interagire ogni singolo elemento, sia teorico che narrativo, in un mirabile e sottilissimo gioco di incastri: sono diverse le anime del film (si parte con un mistero -il protagonista non sa perché è su un’astronave nello spazio profondo; si passa ad una missione per salvare la vita sulla terra; si finisce ad una meditazione sul senso della vita), e da una all’altra si passa attraverso snodi costruiti su colpi di scena mai prevedibili,. Eppure nonostante questo L’ultima missione non manca mai di coerenza, e anzi fagocita le sue quasi tre ore con una narrazione fluida, ritmata, che si prende i suoi tempi anche grazie ai suoi interpreti straordinari (Gosling in testa).
di Gianlorenzo Franzì