Il mago del Cremlino – Le origini di Putin

La recensione di Il mago del Cremlino - Le origini di Putin, di Olivier Assayas, a cura di Frédéric Pascali.

Il tempo della storia è spesso un’alchimia dalla cifra complicata, definita da variabili tali da riferire eventi e uomini a imponderabili misteri o a dinamiche intricate, a tal punto da parere inverosimili. Olivier Assayas, aiutato dalla penna di Emmanuel Carrère, attinge liberamente al testo di Giuliano da Empoli, scrittore e professore di politica comparata, e filma un racconto letteralmente costruito su di un brulicare di micro-conflitti che narrano gli ultimi trent’anni anni del divenire della Russia contemporanea e del suo attuale incontrastato Zar: Vladimir Putin.

Una versione del Mondo, di come è stato fatto e di come abbiamo pensato che fosse. Una parola composta senza possibilità d’essere nota, se non a coloro che del dire fanno ogni giorno legna da ardere per genti affamate di una dignità rapita dal clamore fatuo dell’immagine. Gli stessi di cui si occupa Vadim Baranov, intellettuale dalla visione sensibile, capace di scaltrezze e pochi rimorsi. Da teatrante d’avanguardia, a produttore televisivo, a braccio destro dell’oligarca Boris Berezowsky: una strada a senso unico che punta diritta a Vladimir Putin. In un pressoché incessante flashback, Vadim, da poco ritiratosi nella sua dacia, narra tutta la sua epopea a Rowland, scrittore americano e giornalista d’inchiesta. Un dietro le quinte della Russia putiniana, con le vicende personali, la complicata storia d’amore con la sua Ksenia, che s’intrecciano con gli intrighi di governo e la gestione del potere.

Il mago del Cremlino – Le origini di Putin è un concentrato di narrazione semplice, lineare, nella quale domina la sintesi e la messa in scena di meccanismi di comunicazione politica che, in realtà, svelano solo la superficie del sistema. La calda e bella fotografia di Yorick La Saux insiste nei primi piani rivelatori, con le espressioni dei volti che dettano in anticipo le condizioni degli imminenti punti di svolta. Tutto ha una sua logica, ma nulla appare davvero sorprendente e la figura di Baranov, incarnata da un perfetto Paul Dano, creata a misura di Vladislav Surkov, il vero super consulente di Putin, pur non essendo così iconica, reclama spazio in una partita nel quale ogni mossa sulla scacchiera va eseguita con precisione, senza lasciare all’avversario la possibilità di decifrarne il piano all’origine. La pellicola di Assayas racconta, ma non spiega ogni cosa. La sua narrazione del dietro le quinte è un altrettanto impenetrabile percorso di ricordi che Baranov mette in fila con una buona dose di cinismo, incastonandolo nell’alveo della consapevolezza dell’inevitabilità. La spietatezza del padrone del Cremlino, un gelido, a tratti irriconoscibile Jude Law, è rappresentata come una sinedocche, una parte per il tutto e viceversa, con la conseguenza che la pellicola finisce per assumere i contorni di una spy story vecchio stampo in cui aleggia, da subito, inesorabile, il redde rationem finale.


di Frédéric Pascali
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