Pretty Woman

La recensione di Pretty Woman, di Garry Marshall, a cura di Francesco Maggiore.

Pretty Woman, il classico romantico per eccellenza, è tornato per 4 giorni nella sale italiane per la rassegna Nexo Studios – Back to Cult nell’occasione di San Valentino. E’ l’occasione per vedere (o rivedere) sul grande schermo una pellicola che ha fatto sognare intere generazioni di spettatori. Soprattutto ad ogni passaggio televisivo, il film di Garry Marshall si è confermato un campione di razza nell’ambito dell’auditel.

Forse non molti sanno che il titolo originale della sceneggiatura della pellicola, era “3000”, ed era una versione molto più cupa, un dramma senza speranza contro l’attuale versione romantica da commedia. Negli anni 20′ del 2000, probabilmente la variante che si avvicina più a Pretty Woman, ma in versione dark, è il bellissimo Anora di Sean Baker, che oltre alla Palma d’Oro ha raccolto ben 5 statuette ai Premi Oscar 2025. Invece, negli anni 90’, quel lungometraggio, altro non poteva essere visto se non come un incrocio tra il mito di Pigmalione e la critica dell’era reaganiana in disfacimento. Forma verso sostanza, perchè se Edward Lewis (Richard Gere) altro non è che un predatore d’impresa, che smonta le aziende per rivenderle a pezzi, Vivian (Julia Roberts) gli insegna la sostanza dell’etica, cioè il valore del costruire senza distruggere.

La regia di Garry Marshall sottolinea questo scambio di valori, coreografato con un ritmo impeccabile, dove ogni sequenza di montaggio (dalla celebre sessione di shopping al polo) serve a scandire un avanzamento psicologico, oltre che estetico. A distanza di anni sia Julia Roberts che Richard Gere appaiono come icone senza tempo, restituite sul grande schermo in tutta la loro potenza simbolica. In particolare la Roberts, conferma il motivo per cui quel ruolo la rese una star. La sua recitazione fisica e la risata “fuori misura”, ne determinano l’espressività in grado di reggere ancora oggi in un’epoca di de-costruzione dei generi.

Visto con gli occhi del 2026, Pretty Woman solleva riflessioni interessanti sulle dinamiche di potere e sul consenso, temi che il film attraversa con una leggerezza che oggi sarebbe impossibile replicare. Eppure, proprio questa sua natura di “fiaba capitalista” lo rende un oggetto di studio affascinante. La sua forza risiede nel suo rifiuto del realismo a favore della mitologia iconografica. La sequenza finale sulla scala antincendio, accompagnata dalle note di Verdi, non è “verità”, ma puro melodramma cinematografico. Il 4K esalta questa natura operistica, rendendo ogni inquadratura più densa e profonda. Il suo ritorno in sala ci ricorda che il cinema di genere, quando è sorretto da una scrittura solida e da interpreti in stato di grazia, trascende il proprio tempo per diventare archetipo. Pretty Woman in 4K, è un’esperienza visiva che restituisce dignità a un’opera spesso sottovalutata dalla critica più severa. Il verdetto è chiaro: il film non è invecchiato, si è semplicemente cristallizzato nella sua perfezione formale. Una riapparizione necessaria per ricordare a tutti noi come si costruisce, inquadratura dopo inquadratura, l’immortalità pop.


di Francesco Maggiore
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