L’infiltrata
La recensione di L'infiltrata, di Arantxa Echevarría Carcedo, a cura di Guido Reverdito.
Nel panorama del cinema spagnolo contemporaneo, L’infiltrata – scritta e diretta dalla regista e sceneggiatrice basca Arantxa Echevarría Carcedo – si inserisce in un filone tematico ormai ricchissimo e divenuto quasi un sottogenere a parte che affronta una delle pagine più complesse e dolorose della storia recente del paese: l’attività terroristica dell’ETA e le sue conseguenze profonde, tanto collettive quanto individuali. E non è quindi un caso che ammonti ormai a più di cento l’insieme di film, documentari e serie TV dedicati alla ricostruzione delle vicende del gruppo separatista ETA (acronimo di Euskadi Ta Askatasuna che in basco vuol dire Paesi Baschi e Libertà), la cui ala militare nel 2011 aveva ufficialmente scelto di rinunciare all’uso delle armi per arrivare poi a un definitivo scioglimento della formazione nel 2018. Un gruppo le cui azioni violente e sanguinarie in sessant’anni di storia sono costate la vita a 850 esseri umani, regalando al paese un trauma collettivo che la Spagna dei giorni mostra di non essere ancora riuscita a elaborare evitando che gli strascichi a lungo termine lascino ferite destinate a non rimarginarsi.
La cosiddetta questione basca ha assunto una centralità tale nella filmografia spagnola degli ultimi quarant’anni da offrire un ventaglio multiforme di approcci e punti di vista. Al punto da arrivare addirittura ad affrontarla anche coi toni della commedia leggera in titoli come Ocho apellidos vascos del 2014 e, soprattutto, in Fe de etarras, commedia dai tomi dissacratori del 2017. E quando sembrava che le otto puntate della sere TV Patria del 2020 (targata HBO, trasmessa da Netflix e basata sul bestseller omonimo di Fernando Aramburu) potessero essere l’atto conclusivo di una rappresentazione in immagini durata decenni, dalla Spagna è arrivata invece nel giro di pochi mesi la sorpresa di due film incentrati di fatto su una vicenda praticamente identica. E cioè la storia di due agenti della polizia infiltrate nel cuore dell’ETA (una della Guarda Civil nel film Fantasma in guerra diretto da Agustín Díaz Yanes, e un’altra della Policia Nacional appunto ne L’infiltrata). Il primo sospeso tra i toni dell’affresco storico e la ricostruzione documentaristica, mentre il secondo è un primo piano, permanente e volutamente ossessivo sulla protagonista.
Che ne L’infiltrata è la ventiduenne agente di polizia Mónica Marín alias Aranzazu “Arantxa” Berradre Marín (pseudonimo della vera agente Elena Tejada): dopo essersi infiltrata per anni negli ambienti della izquierda abertzale come simpatizzante, riuscì a essere contattata da un gruppo d’assalto per dare ospitalità a casa sua a San Sebastián a due attivisti il cui obiettivo era quello di organizzare e mettere in pratica una serie di sanguinosi attentati, riscendo nel finale a farli arrestare, non dopo però aver rischiato sulla propria pelle conseguenze irreparabili.
L’infiltrazione, seguita dalla sceneggiatura passo passo dal suo nascere all’evolversi progressivo in forme di diverso coinvolgimento, più che un’operazione, col passare del tempo diventa una condizione esistenziale. La protagonista si muove in uno spazio sospeso, dove i confini tra verità e finzione si fanno sempre più labili. Ciò che inizialmente è una recita controllata si trasforma in un processo di lenta erosione dell’identità personale: i gesti, le relazioni e perfino le emozioni costruite sulla menzogna finiscono per assumere una consistenza reale, generando un conflitto interiore che si intensifica con il passare del tempo.
A interpretare questa donna capace di rinunciare a otto anni della propria vita per vivere da infiltrata in una delle più pericolose organizzazioni terroristiche del mondo, c’è una straordinaria Carolina Yuste che con questa memorabile interpretazione ha ottenuto il riconoscimento quale miglior attrice dell’anno in occasione dei premi Goya (la versione spagnola degli Oscar che nell’edizione 2025 aveva visto L’infiltrata presentarsi con ben tredici nomination vincendo poi solo i premi come miglior film oltre al già menzionato della Yuste), bissando quello ottenuto nel 2018 come migliore attrice non protagonista per Carmen y Lola, precedente pellicola scritta e diretta dalla stessa regista Arantxa Echevarría Carcedo.
Costretta a vivere sotto falsa identità, la protagonista si ritrova a condividere la quotidianità con membri in versione fastidiosamente super macho dell’organizzazione, mantenendo un equilibrio sempre più fragile tra il dovere professionale e la necessità di sopravvivere in un contesto dominato dal sospetto ma anche dagli abusi di genere. Il suo personaggio è però lontano da qualsiasi forma di eroismo convenzionale. La macchina da presa indugia con intenzionale insistenza sul volto iper espressivo di questa ventiduenne. Un volto che finisce col diventare il principale veicolo espressivo del film, capace di trasmettere con intensità crescente il cocktail esplosivo di paura, solitudine e smarrimento morale che le abitano la mente. La sua esperienza non è raccontata come un sacrificio glorioso, ma come un processo logorante che richiede una disponibilità radicale alla perdita di sé.
Accanto a questo personaggio e in patente contrasto con la centralità quasi muscolare che la Yuste gli regala si muovono figure che sfuggono a una rappresentazione semplicistica. Anche i membri dell’organizzazione terroristica vengono tratteggiati nella loro dimensione quotidiana, tra relazioni, fragilità e contraddizioni, evitando una riduzione a mere caricature del male. Allo stesso modo, il contesto delle forze dell’ordine non è esente da tensioni interne, rivalità e dinamiche di potere che contribuiscono a complicare ulteriormente il quadro. Un elemento particolarmente significativo in un film ricco di sottotrame e tematiche a intreccio è poi la riflessione sul ruolo delle donne in ambienti fortemente maschili, tanto all’interno dell’organizzazione clandestina quanto nel contesto istituzionale della polizia. In entrambi i casi emergono dinamiche di marginalizzazione e diffidenza, che la protagonista è costretta ad affrontare e negoziare continuamente, rafforzando la dimensione di isolamento che attraversa tutto il film.
Diretto con scelte registiche che optano per un approccio sobrio e controllato evitando ogni spettacolarizzazione della violenza o dell’azione, L’infiltrata si muove con un ritmo misurato che prende per mano lo spettatore e lo accompagna dentro una quotidianità fatta di tensioni silenziose, sguardi, attese e paure trattenute. L’ambientazione, spesso chiusa e intenzionalmente claustrofobica con poche concessioni a esterni ariosi, rafforza la sensazione di prigionia psicologica in cui la protagonista è intrappolata, mentre la narrazione si concentra su dettagli minimi che rivelano la profondità del suo disagio.
Ne deriva un’opera che, pur assumendo le forme del thriller politico, si sviluppa soprattutto come un’indagine sull’identità e sui limiti della resistenza individuale. Il film rinuncia a giudizi netti e a contrapposizioni rigide, preferendo muoversi in una zona grigia dove motivazioni personali e ideologiche si riflettono e talvolta si sovrappongono in modo inquietante. In questa prospettiva, la dedizione assoluta alla missione finisce per avvicinare, in modo paradossale, le logiche di chi combatte e di chi cerca di contrastare la violenza. È proprio in questa ambiguità che il racconto trova la sua dimensione più profonda, ponendo allo spettatore una domanda inevitabile: fino a che punto è possibile restare fedeli a se stessi quando si vive troppo a lungo dentro una finzione?
di Guido Reverdito