Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire

La recensione di Il filo del ricatto - Dead Man's Wire, di Gus Van Sant, designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.

Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire, di Gus Van Sant, distribuito da Bim Distribution e in uscita nelle sale italiane il 19 febbraio 2026, è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI con la seguente motivazione:

Nella tesissima black comedy di Gus Van Sant non si respira solo una lucida nostalgia per il cinema degli anni settanta, ma anche una attualissima riflessione sulle storture del capitalismo alimentate dalla crudeltà dei media. Una lezione di regia in cui, in una relazione di luci e ombre, si muovono personaggi che non sono più solo vittime o carnefici, ma espressione di un’ansia di giustizia sociale molto contemporanea.

La recensione
di Guido Reverdito

Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire, diciottesimo lungometraggio diretto da Gus Van Sant in quattro decenni esatti di carriera, rievoca uno degli episodi di cronaca più bizzarri ma al tempo stesso rivelatori della storia cronachistica americana degli ultimi cinquant’anni: un sequestro di persona pianificato e messo in atto da una persona perbene – il quarantaquattrenne Anthony G. Kiritsis detto Tony –,vittima di una frode architettata ai suoi danni da una compagnia finanziaria senza scrupoli. Ma più che trattare l’evento assolutamente inconsueto come una curiosità degna di essere trasferita sullo schermo, il film lo trasforma invece in una riflessione tesa e inquietante non solo sul potere e su chi ne abusa ai danni dei più fragili, ma anche sulla spettacolarizzazione mediatica di determinati eventi e sulle storture di un capitalismo esasperato come quello da cui è mortalmente affetta la società statunitense.

Il fatto reale su cui si basa la sceneggiatura ha contorni a dir poco romanzeschi. Siamo a Indianapolis, la gelida mattina dell’8 febbraio del 1977: Tony Kiritsis, in maniche corte non ostante il termometro sia abbondantemente sotto zero, entra nell’ufficio del presidente della Meridian Mortgage Company e, non trovandolo perché al sole della Florida, ne sequestra il figlio e socio in affari, Richard O. Hall, legandogli al collo un cavo metallico collegato al grilletto di un fucile a canne mozze (e cioè proprio il dead man’s wire del titolo originale). Convinto di essere stato raggirato dalla Meridian Mortgage che gli avrebbe sottratto grossi e potenziali profitti ostacolandolo deliberatamente nella vendita di un terremo di sua proprietà, pretende che gli vengano versati cinque milioni di dollari a titolo di risarcimento. Ma per evitare che il fucile attaccato al collo dell’ostaggio entri in funzione, esige anche di non essere accusato né processato, oltre alle scuse personali da parte del presidente della Meridian, da lui ritenuto il diretto responsabile della miseria in cui è precipitato.

Il lungo negoziato telefonico tra il sequestratore e la Polizia – che occupa l’intera durata del film e che coniuga in una brillante metafora connettiva il concetto molto elastico di cavo (quello telefonico e quello di fil di ferro che l’ostaggio ha intorno alla gola) – coinvolge altri personaggi e altre vicende umane apparentemente estranee all’evento di cronaca: il DJ afroamericano Fred Temple (noto all’epoca come “the voice of Indianapolis”), che interloquisce con Tony in diretta, e una giovane reporter televisiva ugualmente di colore la quale è a caccia del grande scoop per essere lanciata nel giornalismo che conta. Ed è proprio il cavo dell’apparecchio telefonico – non solo base narrativa ma anche chiave interpretativa per leggere il clima culturale della fine degli anni Settanta – ad assurgere a simbolo materiale e concettuale di un collegamento tra esseri umani e destini in corsa parallela chiamati a incrociarsi a seguito del bizzarro progetto di vendetta concepito dal protagonista.

Deciso a evitare ogni forma di inutile ma prevedibile sensazionalismo, coerente in maniera quasi programmatica, Gus Van Sant adotta uno stile sobrio, ai limiti della freddezza documentaristica, con una fotografia spenta e inquadrature controllate che rafforzano il legame con la realtà storica, e un sostanziale rifiuto di soluzioni spettacolari volto ad accentuare il senso di disagio, costringendo lo spettatore a confrontarsi con l’incertezza e la dilatazione cronologica della situazione. Il che comporta inevitabilmente che la tensione venga creata per via di sottrazione e non di accumulo, confinando gran parte dell’azione in spazi chiusi e lasciando che siano i dialoghi e le pause a sostenere il racconto. Un approccio che richiama direttamente la natura dello stallo reale, dove il tempo stesso diventa uno strumento di pressione e il ritmo, a tratti così compassato da rasentare volutamente il ralenti, restituisce efficacemente la dimensione psicologica della vicenda.

Al centro del film c’è la figura di Kiritsis, rappresentato non come un semplice antagonista ma come un individuo profondamente instabile e contraddittorio in una sorta di avvitamento da sindrome di Stoccolma con la propria vittima. Le sue rivendicazioni – legate a questioni economiche e a un senso di ingiustizia personale – sono comprensibili e condivisibili solo fino a un certo punto, senza che regia e sceneggiatura prendano mai posizione arrivando a giustificarle in qualche modo. Il film mostra bene come, nel caso reale, il suo comportamento oscillasse tra protesta e deriva mentale. L’ostaggio, al contrario, diventa il simbolo della vulnerabilità assoluta, immobilizzato fisicamente e dipendente da decisioni esterne.

Uno degli aspetti più interessanti è l’attenzione al ruolo dei media. Nel 1977 il caso Kiritsis fu tra i primi a essere seguito quasi in diretta televisiva, e il film sottolinea come la presenza delle telecamere non fosse neutrale, ma influenzasse l’andamento stesso degli eventi. La crisi diventa così anche uno spettacolo aperto che entra a gamba tesa nelle case dei cittadini comuni, facendo sì che lo sguardo pubblico contribuisca ad amplificarne la tensione.

Se proprio ci si volesse sforzare a individuare un qualche limite nell’intera operazione, forse si centrerebbe nel segno andandolo a ricercare nella sua stessa coerenza: la scelta di evitare una risoluzione emotivamente appagante riflette l’esito reale della vicenda – conclusasi con una resa negoziata e con un prevedibile fallimento del piano di Kiritsis –, ma può lasciare nello spettatore una sensazione di voluta incompiutezza. Ciò non ostante, questa mancanza di catarsi appare come una scelta consapevole, in linea con l’intento di restituire la complessità dei fatti in un film che nel complesso riesce a trasformare un episodio di cronaca quanto mai singolare in un’indagine su ossessione, controllo e fragilità, restando aderente agli eventi storici ma ampliandone il significato per arrivare a offrire uno sguardo lucido su come le crisi vengano vissute, interpretate e, soprattutto, osservate.


di Guido Reverdito
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