Superman

La recensione di Superman, di James Gunn, a cura di Roberto Baldassarre.

Superman (2025) di James Gunn non è semplicemente un reboot del mitico supereroe della DC Comics. È un rilancio/svecchiamento del medesimo ma soprattutto un fondamentale primo tassello per la creazione del franchise DCU (DC Universe), che è un più ambizioso tentativo di portare sul grande schermo (e in Tv, nei videogame e nel merchandising) l’altrettanto popoloso mondo dei supereroi sfornati dalla DC Comics, sulla scorta del redditizio MCU. E in questo caso l’ingente operazione – quanto rischiosa – di ripresentazione di Superman e company poggia per gran parte sulle spalle di James Gunn che, assieme a Peter Safran (CEO dei DC Studios), ha già strutturato la prima parte di questo corposo universo denominato “Capitolo uno: Dei e Mostri”.

Il rinomato regista, assurto a meritata gloria con i tre spumeggianti e “anarchici” capitoli di Guardiani della galassia, mentre con The Suicide Squad – Missione suicida (The Suicide Squad, 2021) fece fiasco, si arrischia rimodellando gran parte dell’uomo d’acciaio. Gunn, anche sceneggiatore in solitaria, conserva soltanto alcuni elementi del mitico Superman (il costume, la criptonite, le vesti Clark Kent, Lois) ma aggiunge o rifonda molti altri elementi. Non parte dalle origini, ovvero dall’arrivo neonato sulla terra o i primi tentativi di approcci relazionali con gli umani o con salvataggi di bambini e/o adulti, ma direttamente in media res, quando Superman è già famoso e ammirato.

Gunn, che ha dimostrato sempre il suo spirito libero e irriverente, provenendo dalla famigerata Troma, vuole innestare in quel personaggio codificato la sua visione goliardica (ad esempio la reale identità di Clark Kent). Non è mai mancata nelle storie di Superman l’ironia, ma qui diviene più spiccata, più buffonesca, con battute che rimpallano tra i personaggi proprio come nei Marvel Movies. Prossimità con il MCU ravvisabile anche nell’universo tasca, nell’inserimento di altri supereroi o di comprimari mutanti e nelle piccole scene post credit. Gunn rimodella anche i personaggi che ruotano attorno al supereroe, rendendo più spietato e per nulla simpatico Lex Luthor e rappresentando Lois con un temperamento più battagliero, al passo con i tempi tecnologici. Ci aggiunge un rimando all’attualità (la guerra tra la violenta Boravia e l’indifesa Jarhanpur, che ricorda quella tra Russia e Ucraina) e uno svolazzante cane preso in affidamento.

E in questa operazione di restyling cameratesco, James Gunn cambia anche il vero motivo del perché Superman fu spedito sulla terra, che lo costringerà alla battaglia più importante e faticosa della sua esistenza. Ma sebbene sia presente Lex Luthor, il più iconico nemico di Superman, in questo primo capitolo i differenti mirabolanti scontri che vediamo sono tra l’uomo d’acciaio e Ultraman, un imbattibile essere che rende dura la vita al supereroe. Quindi la vera attenzione nei confronti di questo film non è focalizzata sulla resa del singolo Superman, ma se James Gunn sia riuscito a svecchiare e far suo una figura dei comics con determinate specifiche. In questo caso la costosa operazione è riuscita a metà, in cui prevalgono le peculiarità di storytelling di Gunn ma che si sposano male con l’uomo d’acciaio. In primis per un eccesso d’innesto di ulteriori personaggi e situazioni avulse dall’originale, che trasformano Superman in un grosso e fracassone Blockbuster che procede per accumulo e per dissacrazione, senza nessun affettuoso e cinefilo omaggio al pregresso del protagonista o del fumetto originario.


di Roberto Baldassarre
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