Touch

La recensione di Touch, di Baltasar Kormàkaur, a cura di Nicolò Frasson.

Baltasar Kormàkaur dopo Everest (2015) e Beast (2022) devia il percorso in un film intimistico con una delicatezza che si concretizza in sguardi sfuggenti e piccoli gesti sussurrati, cugino di terzo grado, giusto per questi frame, di In the mood for love di Won Kar Wai. Ma è molto più complesso di una storia d’amore. È un insieme di vertigini introspettive sviluppate su due archi temporali, gli albori del Covid-19 e gli anni Sessanta, che spiegano il peso del What if, dei rimpianti infami che ritornano con forza ignivoma e dei “perché” sfuggenti.

Il cineasta islandese adatta il romanzo Sotto la pioggia gentile di Olafur Jòhann Olafsson e viene accompagnato dalla musica di Högni Egilsson che rievoca profumi e ricordi, oltre all’ottimo lavoro del direttore della fotografia Bergsteinn Björgúlfsson caratterizzato da una palette bipartita: le tonalità fredde che contraddistinguono il tempo della pandemia, triste apice di un’epoca dove il “tatto” è ormai esclusiva anche in senso lato, sono opposte a quelle calde che richiamano la rutilante atmosfera della fine degli anni Sessanta con le lenti di Sven Nykvist, collaboratore storico di Ingmar Bergman.

Il Kristofer giovane, freddo di provenienza, trova l’amore con l’hachimaki in testa e i piatti in mano grazie al calore di Miko, formando un duetto che ricorda il duo coevo, menzionato non a caso, Lennon&Yoko. Ma nel pacchetto non c’è solo gioia, c’è anche il dramma ancora tangibile dei sopravvissuti alla catastrofe di Hiroshima: i cosiddetti hibakusha. Il percorso intrapreso, invece, da Kristofer adulto diventa progressivamente un bisbiglio di umanità, una piccola dichiarazione di resistenza emotiva in un periodo segnato da isolamento e distanze, non soltanto fisiche, ma anche interiori. E lo farà, guarda caso, rincorso da una malattia degenerativa che gli debilita progressivamente la memoria e dalla necessità di trovare un finale scelto anziché da spettatore passivo.

Il cuore pulsante è un piacevolissimo inno alla memoria. Pure letteralmente, se contiamo il tema dei canti del protagonista in entrambe le epoche. Memoria intesa come un pezzetto di vita troppo ingombrante per nasconderlo in un cassetto e anche come impegno collettivo. Con le sue conseguenze, con i suoi richiami.


di Nicolò Frasson
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