The Revenant – Redivivo
La recensione di The Revenant - Redivivo, di Alejandro González Iñárritu, a cura di Francesco Maggiore.
Il ritorno in sala di The Revenant – Redivivo a dieci anni dal suo debutto non è soltanto un tributo a un successo da Oscar, ma un’occasione per riflettere su una delle ultime grandi opere viscerali del cinema contemporaneo. In un decennio che ha visto l’estetica digitale farsi sempre più levigata e rassicurante, il film di Alejandro González Iñárritu resiste come un corpo estraneo: brutale, sporco, ostinatamente analogico nella sua concezione, nonostante l’uso pionieristico della tecnologia.
La regia di Iñárritu, supportata dalla fotografia “divina” di Emmanuel Lubezki, non mette in scena una natura amica o nemica, ma indifferente. Inquadrature maestose che spaziano da vette innevate fino alle foreste primordiali, si intrecciano con la meschinità della vendetta umana. Come aveva già fatto con Birdman, Iñárritu utilizza la lunghezza del piano sequenza nella sua continuità temporale per negare allo spettatore la via d’uscita del montaggio.
Lo spettatore osservando la violenza che viene mostrata in tutta la sua brutalità, non può che provare l’ empatia fisica che trascende il racconto. L’esperienza sensoriale è pura, dove il confine tra l’occhio della macchina da presa e il sistema nervoso di chi guarda, si assottiglia fino a scomparire.
Il revisionismo del genere western a cui The Revenant sembra mirare è inserito in una prospettiva inedita. Nel mito della frontiera nella sua epica, viene scomposto dalla crudeltà nichilista ed economica del Fitzgerald di Tom Hardy, unito alla lucida disperazione del Glass di Leonardo DiCaprio, quì finalmente (e giustamente) premiato con l’Oscar. Redivivo nel suo incedere tra attacchi di orsi e squartamenti, fisici e mentali, il suo esploratore procede deciso verso una via senza ritorno.
Probabilmente in un’epoca dove le narrazioni procedono frammentate e veloci, The Revenant si impone per il suo ritmo solenne e liturgico, quasi memore di Tarkovskij. La sua colonna sonora commenta non l’azione, ma lo stato d’animo di una terra che osserva morire i suoi figli. A Iñárritu va il plauso per il coraggio di aver girato un film “anti-moderno”, che si impone con un ritmo solenne, quasi liturgico.
Nonostante il suo essere monumentale, The Revenant potrebbe apparire respingente a molti spettatori, perché richiede attenzione, resistenza, sospensione del cinismo. Il grande schermo rimane l’unico luogo capace (e possibile) nel contenimento della sua vastità, e la frase “Finché avrai ancora un respiro, combatti. Tu respiri. Continua a respirare”, ne racchiude il suo significato più ampio.
di Francesco Maggiore