Rental Family
La recensione di Rental Family, di Hikari, a cura di Francesco Di Brigida.
La nuova vita artistica di Brendan Fraser continua con grazia e solidità in questo film giapponese, una commedia agrodolce dai buoni sentimenti molto diversa dal solito. Ed è l’opera seconda di Hikari. Un attore americano di mezza età vive in Giappone da qualche anno trascinandosi tra piccoli ruoli dopo uno spot che gli aveva dato speranze, se non artistiche, almeno economiche. Entrare in un’agenzia che inscena situazioni ad hoc per clienti soli o con dei problemi emotivi da risolvere lo porterà a rivedere il suo concetto di aiuto al prossimo. In Giappone esistono da tempo queste agenzie che attraverso rassicuranti messe in scena evitano la psicanalisi ai clienti, lì ritenuta purtroppo un tabù che mette a disagio, uno stigma che segna socialmente le persone. Va così che quest’omone occidentale si ritroverà da una parte, ingaggiato da un’algida madre a finger d’essere il padre di una ragazzina nipponico-americana per offrirle momenti belli e consolatori con il papà che non ha mai conosciuto; dall’altra il nostro, verrà scelto da una figlia molto preoccupata, per impersonare un giornalista interessato a una lunga intervista con un anziano attore dal passato importante, ma ora con problemi di memoria e di autostima.
Da segnalare la presenza di Akira Emoto, che interpreta l’anziano. Decano del cinema nipponico, ha una filmografia sterminata alle spalle e ha lavorato, tra gli altri, con le direzioni di Kitano, Miike, Kore’eda e Kiyoshi Kurosawa. Grazie a lui certi duetti e fughe d’amicizia e complicità fuori programma con il personaggio languido e gentile di Fraser offriranno momenti molto poetici dove riecheggiano antiche lezioni formali di Ozu sul tempo e sul silenzio di un’inquadratura. La relazione paterna del protagonista, invece, seppur finta, con la bambina, ci rivela Shannon Mahina Gorman, talentuosa attrice dodicenne con un talento di cui seguire gli sviluppi, e grazie a lei la rincorsa tra solitudini, segreti e famiglie sintetiche la storia si fa palpitante. Vengono toccati con levità diversi temi e sottotemi, non approfonditi didascalicamente né lasciati a sospensioni superficiali, ma legando la macchina da presa a una costruzione di dettagli dal flusso intenso e spirituale.
La messa in scena della regista compone un pastiche che ricorderebbe il cinema di Kore’eda, ma lei ci inietta con raffinatezza l’elemento anglofono: l’alieno Fraser. Quindi riesce abilmente a portare molti sorrisi e qualche momento di commozione un po’ commerciale in un percorso davvero piacevole e originale. Hikari è in realtà lo pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki. Solo un’omonimia dal cognome in comune con il grande maestro, ma la stoffa di quest’autrice di Osaka formatasi negli Usa facendo anche la ballerina di fila, potrebbe offrire dal grande schermo ancora altre soddisfazioni. Speriamo.
#PEACE
di Francesco Di Brigida