Polvere di stelle

La recensione di Polvere di stelle, di Carlos Marques-Marcet, a cura di Valeria Gennaro.

Polvere di stelle è un dramma musicale, una narrazione simbolica con una struttura che riflette le sfide interiori dei protagonisti interpretati da Ángela Molina e Alfredo Castro. L’attrice spagnola è una poesia lirica, nel film interpreta una stella del teatro a cui resta poco tempo da vivere. Claudia, insieme al marito Flavio e all’insaputa dei figli, prende una decisione difficile da comprendere.

Ci sono vita, amore e arte nel film del regista di Els dies que vindran, che gira una pellicola controversa con una forma in tre atti, che ha per protagonista ancora una volta una coppia. Più che il tema della “buona morte”, cioè dell’eutanasia, sceglie di rappresentare sul grande schermo un trinomio che non si può dissestare e che assume un significato assolutistico nelle vite di Claudia e Flavio. 

Polvere di stelle è disturbante, soprattutto nell’atto finale che coincide con il punto di svolta della storia. Quando il regista fa vivere allo spettatore l’orrore dell’attesa della morte, il disagio e tutta l’inquietudine che i coniugi provano mentre attendono di addormentarsi per sempre nella clinica. Perciò Carlos Marques-Marcet affronta il tema dell’eutanasia da una prospettiva drammatica, teatrale, quasi plateale. Perché il vero soggetto del film è piuttosto la coincidenza, spesso ingiudicabile, tra amore e vita o tra arte e vita che evidenzia come l’amore e l’arte possano essere forieri di vita ma anche di morte; possano riflettere e creare le nostre esperienze di vita e di morte. 

Al di là del bene e del male, con o senza l’assist di una Eternità,  l’esperienza fisica di vita dei due artisti di teatro è riducibile a un “mucchietto” di polvere di stelle – a una parete nascosta su cui continuare a proiettare i propri sogni. 


di Valeria Gennaro
Condividi

di Valeria Gennaro
Condividi