Moulin Rouge

La recensione di Moulin Rouge, di Baz Luhrmann, a cura di Francesco Maggiore.

L’iconico musical di Baz Luhrmann, ovvero Moulin Rouge, non ha perso nulla della sua forza cinetica a 25 anni di distanza. La Parigi della Belle Epoque è diventata lo sfondo ideale per un regista che usa la macchina da presa con un’estetica caleidoscopica. All’interno dei tavoli del locale, la sua visione ne frammenta il montaggio con un ritmo frenetico. E ciò contribuisce a  destabilizzare e poi incantare i suoi amanti attorno. Il kitsch viene annullato attraverso l’artificio puro dell’estetica bohemienne incarnata dalla Satine di Nicole Kidman e dal Christian di Ewan McGregor. Luhrmann non si limita a dirigere un film; ma orchestra un vero e proprio  delirio visivo, dove l’anacronismo musicale  (dai Nirvana a Madonna) diventa il linguaggio universale del desiderio.

Se Kidman è l’algida “Diamante Splendente” che scopre la fragilità della carne, McGregor è il cuore pulsante dell’opera. La sua voce è il tramite attraverso cui la poesia diventa verità. In questo scontro tra il cinismo del Duca e l’idealismo di Christian, il Moulin Rouge smette di essere un luogo fisico per farsi stato mentale. La grandezza della pellicola rappresenta  un cinema che non ha paura di esagerare, e la trasforma in opera totale. La fotografia ipersatura e le scenografie barocche non sono semplici orpelli, ma estensioni dei sentimenti dei protagonisti: un amore così grande da poter essere contenuto solo in un’inquadratura che sfida le leggi della fisica. La cosa più grande che tu possa imparare è amare, e lasciarti amare. Rivedere oggi Moulin Rouge sul grande schermo, significa riconnettersi con la natura più pura della settima arte: quella della meraviglia senza filtri. È un promemoria di come la narrazione possa essere al contempo artificio estremo e verità assoluta.

Un capolavoro che continua a gridare, cantare e piangere, ricordandoci che, nonostante la tragedia finale, l’unica cosa che conta davvero è aver vissuto per la Verità, la Bellezza, la Libertà e, soprattutto, l’Amore. La scelta di utilizzare successi pop e rock (dai Police ai Queen, fino a Elton John) non è un mero divertissement, ma un’operazione di semantica musicale. Luhrmann comprende che per un pubblico contemporaneo, un’aria d’opera originale non avrebbe lo stesso impatto viscerale di Roxanne trasformata in un tango cupo e ossessivo. Qui la musica opera su più livelli: Il mash-up diventa la forma suprema di dialogo. Mentre la citazione diventa l’unico modo per esprimere sentimenti troppo grandi per parole nuove. In questo senso, il film compie un’operazione metalinguistica:  la morte del naturalismo in favore di una verità emotiva iperreale.

Tecnicamente, la performance di Nicole Kidman è un miracolo di controllo: passa dal registro della screwball comedy al melodramma espressionista con una transizione cromatica, che segue passo dopo passo la sua malattia. La fotografia la avvolge in una luce che vira dal blu saturo della notte parigina al rosso cremisi del sipario, trasformandola in un’icona sacrificale. Al suo fianco,  McGregor funge da ancora narrativa; la sua purezza vocale e attoriale impedisce al film di scivolare nel grottesco, mantenendo sempre il baricentro sul pathos. In definitiva, Moulin Rouge è l’apoteosi di un cinema che si fa carne e ritmo, dimostrando che l’artificio, quando è portato al suo estremo parossistico, diventa lo specchio più fedele dell’anima umana.


di Baz Luhrmann
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