La stanza di Mariana

La recensione di La stanza di Mariana, di Emmanuel Finkiel, a cura di Mariella Cruciani.

La stanza di Mariana di Emmanuel Finkiel é tratto dal romanzo Fiori nelle tenebre di Aharon Appelfeld, il quale ha dichiarato: “I miei scritti sono germogliati dal substrato della mia infanzia. Tutto ciò che è accaduto si è impresso nelle cellule del corpo, non nei ricordi”. Per Finkiel, questo lavoro rappresenta la conclusione di un percorso iniziato con Voyages e La douleur nonché il tentativo di rielaborare una storia familiare: il personaggio di Hugo è, infatti, ispirato a suo padre, rimasto orfano dopo la guerra. Nel film, il ragazzino (Artem Kyryk) viene affidato, per sottrarlo alle deportazioni, dalla madre a Mariana (Mélanie Thierry), una giovane che lavora in una casa chiusa. Siamo in Ucraina nel 1943 ma l’attenzione del regista si concentra quasi esclusivamente all’interno della stanza nella quale la ragazza riceve i clienti e dove si trova l’armadio nel quale verrà chiuso il piccolo. La Storia, qui, è messa ai margini e tutti gli avvenimenti, grandi e piccoli, sono filtrati attraverso la percezione parziale e limitata del protagonista. Lo sguardo del bambino diventa il nostro: l’azione visibile è ridotta e la narrazione privilegia l’ascolto e l’immaginazione.

 Come scrive Maurizo G. De Bonis ne L’ immagine della memoria – La Shoah tra cinema e fotografia, “concentrarsi a livello espressivo su una figura infantile può provocare uno scontato e automatico processo di immedesimazione superficiale da parte dello spettatore e una tendenza autoriale troppo emotiva”. In altre parole, il rischio principale, quando si parla di infanzia violata, tradita, infranta, è quello di una possibile deriva patetica. Ovviamente, esistono anche opere di rilievo, capaci di trattare con rigore anche questo aspetto: basti pensare a Arrivederci ragazzi di Louis Malle, a L’amico ritrovato di Jerry Schatzberg o anche a Jona che visse nella balena di Roberto Faenza. In questo caso, però, a Finkiel sembra interessare di più il complesso rapporto che si viene a creare tra Hugo e Mariana piuttosto che le tragiche pagine della Storia: il film è un racconto di formazione e le deportazioni ne costituiscono solo lo sfondo.

La giovane prostituta, in una situazione claustrofobica, rappresenta per Hugo la mediatrice tra la stanza e il fuori, tra il mondo interno e quello esterno, diventando una figura centrale per lui e la sua crescita. Legati da bisogno, affetto e, strada facendo, anche desiderio, i due personaggi evolveranno insieme: nella seconda parte della narrazione, si assisterà ad un rovesciamento per cui sarà il ragazzo a proteggere e salvaguardare l’altra. La dimensione della sessualità non viene affrontata esplicitamente ma percorre, sotterranea, l’intero film: in una situazione estrema, di guerra, di perdita, di paura, il desiderio è la spinta vitale che porta Hugo verso Mariana ma anche verso l’uscita dall’armadio. Il racconto si chiude con le immagini del ragazzo che, dopo essere rimasto fermo a lungo, finalmente corre, non più bambino, dopo aver attraversato la tensione tra paura e desiderio, vicinanza e separazione, assenza e presenza. Come già detto, la Shoah c’entra poco.


di Mariella Cruciani
Condividi

di Mariella Cruciani
Condividi