La scomparsa di Josef Mengele

La recensione di La scomparsa di Josef Mengele, di Kirill Serebrennikov, a cura di Paola Dei.

La scomparsa di Josef Mengele è un film austero e profondamente disturbante che sceglie una strada insolita e coraggiosa: raccontare il male non nel momento del suo trionfo, ma nella sua lenta e misera sopravvivenza. Ambientato negli anni successivi alla caduta del nazismo, il film segue la fuga e l’esilio del medico delle SS responsabile di esperimenti disumani nei campi di concentramento.

Girato interamente in bianco e nero, il film si presenta cupo fin dalle prime immagini. La fotografia scura e opprimente nega qualsiasi forma di conforto visivo e accompagna uno sguardo severo, privo di indulgenza. Non c’è spettacolarizzazione dell’orrore, né ricostruzione diretta dei crimini: tutto è filtrato attraverso l’assenza, il silenzio e la memoria negata.

Fin dall’inizio, Josef Mengele – interpretato con glaciale precisione da August Diehl – è mostrato come un uomo fisicamente tormentato da un persistente problema ai denti, un dolore continuo che assume un forte valore simbolico. Il corpo soffre, si deteriora, mentre la coscienza resta immobile. Non c’è pentimento, non c’è consapevolezza morale: solo fastidio, paura di essere scoperto e progressivo isolamento.

Il film segue Mengele nei suoi spostamenti, nei rifugi improvvisati, nelle relazioni ambigue con chi lo protegge. Non esiste un vero arco di redenzione o di trasformazione: ciò che viene raccontato è una progressiva scomparsa, non solo geografica ma storica. L’uomo che si credeva superiore diventa un’ombra, sempre più marginale, insignificante, incapace di comprendere la portata delle proprie azioni.

Uno degli aspetti più potenti dell’opera è il rifiuto di qualsiasi spiegazione psicologica rassicurante. La regia di Serebrennikov evita di rendere Mengele un personaggio affascinante o “complesso” in senso tradizionale. Al contrario, lo spoglia di ogni grandezza, mostrando la banalità, la mediocrità e la miseria quotidiana del male.

Il ritmo è lento, volutamente scomodo. I silenzi pesano più dei dialoghi e lo spettatore è costretto a convivere con il disagio. Non c’è catarsi, né una punizione esemplare che possa riequilibrare l’orrore compiuto. Il film sembra suggerire che non sempre la Storia offre una giustizia proporzionata, e che il tempo, da solo, non basta a sanare le ferite.

La scomparsa di Josef Mengele è un film freddo, severo e necessario. Un’opera che rifiuta la retorica e costringe lo spettatore a guardare il male nella sua forma più inquietante: quella di un uomo che non ha mai smesso di credere di avere ragione. Un film difficile, che lascia addosso un senso di vuoto e di inquietudine, ma proprio per questo profondamente onesto.


di Paola Dei
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