La lezione
La recensione di La lezione, di Stefano Mordini, a cura di Guido Reverdito.
Presentato nella sezione Grand Public dell’ultima Festa del Cinema di Roma, La lezione segna il ritorno di Stefano Mordini al thriller psicologico in salsa nostrana, affidandosi a due interpreti di primo piano del calibro di Matilda De Angelis e Stefano Accorsi (coppia già rodata con successo in Veloce come il vento di Matteo Rovere) per un prodotto che merita la dovuta attenzione proprio per la sua appartenenza a un genere molto popolare e in voga che però spesso non ci ha regalato titoli memorabili, ma che, alla fine e quasi a conferma di questa tendenza, fatica a lasciare il segno.
Elisabetta (De Angelis) è un’avvocata che ha appena difeso il carismatico ma ambiguo professor Walder (Accorsi) da un’accusa di violenza sessuale, archiviata quando la studentessa che lo aveva trascinato in tribunale decide inaspettatamente di ritrattare nel pieno del processo. L’uomo, reintegrato nei ranghi della propria università ma convinto di subire un ostracismo istituzionale perché relegato ai margini dell’attività didattica dell’ateneo, vuole intentare una causa per mobbing e pretende ancora l’assistenza di Elisabetta. Lei, in difficoltà economiche (non a caso subaffitta casa propria a Trieste per sfruttare il traino di una celebre regata che attira moltissimi turisti in città, trasferendosi in un’inquietante baita che i genitori possiedono in un bosco fuori città) e tutt’altro che persuasa dell’innocenza del suo ex assistito, si trova a dover effettuare una scelta complessa e non certo facile.
Nel frattempo, una minaccia ben più personale comincia a incombere: l’ex fidanzato Daniele, che la perseguitava con gelosia patologica e appostamenti ossessivi, ritorna prepotentemente sul palcoscenico della sua vita dopo aver scontato il periodo di libertà vigilata cui era stato condannato a seguito della sua denuncia. Elisabetta riprende a sentirsi seguita, a percepire ovunque – in un bar, per strada, tra la folla che ingorga le strade del capoluogo giuliano – le note della “loro” canzone (la struggente La canzone dei vecchi amanti di Franco Battiato, versione italiana del classico francese La chanson de vieux amants di Jaques Brel) che lui usava come una specie di strumento di controllo su di lei.
La prima parte del film funziona come il regista e sceneggiatore toscano aveva in mente all’atto di mettere insieme la sceneggiatura scritta a quattro mani con Luca Infascelli come adattamento del romanzo omonimo di Marco Franzoso. Mordini costruisce con mano sicura una tensione sottile e strisciante, giocando sull’ambiguità tra percezione e realtà. La protagonista riscontra segnali inquietanti nel professore: è o non è lui il vero villain della vicenda come sembrerebbero suggerire non solo il suo look da uomo nero ma anche l’ambiguità del suo comportamento? Ciò non ostante, lo spettatore è portato a chiedersi se la donna sia davvero in pericolo o se la sua storia passata la stia trascinando a leggere in maniera distorta quanto le sta accadendo. La macchina da presa mantiene una distanza solo apparentemente neutrale che ci rende complici involontari di qualcuno che spia, mentre i primi piani sul viso da madonna rinascimentale che De Angelis ha avuto in dono da madre Natura restituiscono con efficacia la condizione di chi si sente vista senza riuscire a vedere. La fotografia accompagna questo doppio registro: calda e oscura nello chalet isolato tra i boschi, esposta e fredda nella luce di città, dove tutto sembra in chiaro ma nulla si rivela.
E fin qui tutto bene. Le crepe iniziano a segnare il nitore impeccabile della prima parte dello script quando le due linee narrative (e cioè la vicenda giudiziaria e lo stalking asfissiante dell’ex) confluiscono in un unico disegno. Il meccanismo si inceppa in anticipo: la già menzionata caratterizzazione visiva del professor Walder è talmente caricata in chiave simbolica da rendere la sua identità di antagonista quasi scontata ben prima che lo svolgimento la dichiari ufficialmente. Quella sovrapposizione tra la paranoia della protagonista e l’incertezza dello spettatore, che avrebbe dovuto essere il cuore del film, non ha la forza narrativa per reggere abbastanza a lungo.
Una volta chiarito il quadro, La lezione si chiude in uno spazio angusto e volutamente asfittico – la baita nel bosco con l’inevitabile confronto a due – e tenta di sopravvivere alle proprie lacune di scrittura attraverso il duello tra i due attori. Ma la chimica sperata e invece ammirata nel già citato film di Matteo Rovere non scatta. De Angelis è sempre convincente e porta dignità anche laddove il copione non la sostiene. Accorsi invece è meno a fuoco (anche perché è di fatto un attore che – salvo rare eccezioni – ha sempre faticato quando si è cercato di cucirgli addosso ruoli che non fossero quelli da maschio in crisi in versione Muccino), e il loro faccia a faccia, che avrebbe dovuto essere il centro nevralgico della seconda metà, risulta meno incisivo di quanto non promettesse prima del suo verificarsi. Quel mix tra indagine da detection movie e claustrofobia da film con sequestro di persona fatica a reggere il ritmo e la tensione che era il vero motore immobile della prima parte si disperde progressivamente quanto più ci si approssima al finale.
C’è poi una questione di scrittura che non può essere trascurata. La sceneggiatura accumula scelte comportamentali della protagonista che difficilmente trovano giustificazione nel racconto: perché un’avvocata di successo vive in ristrettezze economiche? Come mai, pur temendo il ritorno dello stalker, sceglie una casa isolata nel bosco? Perché nei momenti critici non chiede aiuto all’amico poliziotto che l’ha aiutata e sostenuta nella causa intentata contro l’ex manesco? Perché commette errori deontologici che un’avvocata esperta non commetterebbe? Queste incongruenze, prese singolarmente, potrebbero essere accettate; accumulate, erodono la credibilità del personaggio. Al punto che in certi passaggi il film sembra suggerire una connivenza implicita della protagonista con i suoi persecutori. Un’ambiguità narrativa questa che, trattandosi di violenza di genere e stalking, finisce col risultare discutibile e anche rischiosa a livello di messaggio veicolato.
di Guido Reverdito