La grazia

La recensione di La grazia, di Paolo Sorrentino, a cura di Marco Lombardi.

C’è sempre la sensazione che Paolo Sorrentino, nei suoi film, ogni volta metta in scena una parte diversa di sé, più che il “sociale”, anche quando non lo fa esplicitamente come è successo in È stata la mano di Dio. Il Toni Servillo de La grazia, in effetti, sembra il “controcampo buono” del Jep Gambardella de La grande bellezza, come pure delle sue derive (Harvey Keitel in Youth, Gary Oldman nel suo film più debole, Parthenope), ma pure l’amplificazione del Jep giovane quando – sugli scogli, con la sua ragazza – aveva scoperto la vera grande bellezza senza rendersene conto, prima che venisse coperta dal chiacchiericcio dei bla bla bla.

La grazia, dopo il potentissimo esordio de L’uomo in più, è in effetti il film più aggraziato di Sorrentino, pur mantenendo tutte le sue derive estetiche e simboliche, fra il surrealismo e il grottesco (il cavallo in agonia; la lacrima sorpresa nel vuoto, dentro un’astronave, che fa ridere chi l’ha versata; l’amica Coco, che è un ulteriore controcampo – stavolta deformato – di un altro personaggio de La grande bellezza, quello della nana). A leggere il soggetto non verrebbe una voglia così smodata di vedere il film, narrando la storia di un presidente della Repubblica a fine mandato, ma il personaggio – nelle mani di un Toni Servillo in stato di grazia perché non “servilleggiante” – si fa splendida metafora universale del momento della fine, qualunque essa sia, quello in cui si fanno i conti con le decisioni procrastinate e mai prese, con il senso della giustizia e con quello del perdono, verso sé e verso gli altri.

“Il diritto e la disciplina non ci sollevano dalla necessità di avere una sensibilità”, e “La grazia è la bellezza del dubbio, mentre si finge qualche certezza”, sono due importanti conclusioni cui il Presidente arriva grazie alla figlia che gli fa da Super Io dell’anima, più che da consulente giuridico. Da grande conoscitore della musica qual è, Paolo Sorrentino delega ad alcuni (splendidi) brani di musica elettronica lo stridore della coscienza dietro l’apparente stato di grazia iniziale del personaggio, mentre il suono della raggiunta grazia finale è quello dei cucchiaio di Coco e dell’ex presidente nell’atto di sorseggiare una pudicissimo brodo (di carne o di verdura?).


di Marco Lombardi
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