Inland Empire – L’impero della mente
La recensione di Inland Empire - L'impero della mente, di David Lynch, a cura di Gianlorenzo Franzì.
L’immaterialità della realtà, l’evanescenza del set come elemento di passaggio tra mondi; l’immagine come meta-immagine. Nel 2006 David Lynch firmava il suo ultimo film, Inland Empire, che -quando è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia- ha lasciato storditi sia critica che pubblico, sicuramente perché incapaci di capire bene, ma anche di osservare, di metabolizzare, di inglobare nel proprio sguardo un’opera così immensa, così totemica, così incomprensibile (se non forse se inserite nel corpus lynchiano, a partire da quel Mulholland Drive al quale si ricollega apertamente nei titoli di coda), così pervasa dall’idea furiosa di immagine come visione. Ne L’Impero della Mente tutto è immagine o meta-immagine: lo è Nikki/Susan, persona reale, attrice, personaggio immaginario, lo sono le sit-com e i talk show, lo è il set.
In questo modo, le linee narrative del film generano intersezioni confuse ma ferree tra livelli narrativi, e danno vita ad una fluttuazione quantistica di situazioni diverse, simulazioni di realtà alternative, con la definitiva abolizione dell’ordine cronologico della narrazione. Una confusione, un crocevia di senso nel quale si perde Laura Dern, attraverso la quale l’attore diventa maschera sociale.
Se Strade Perdute e Mulholland Drive erano un nastro di Moebius ripiegato su sé stesso, dove l’inizio coincideva con la fine, Inland Empire eleva all’ennesima potenza la capacità tutta lynchiana di rendere la materia filmica una massa carnosa nella quale si può penetrare da qualunque porta, senza avere però la consapevolezza di dove si uscirà. Un labirinto caotico che non prevede nessuna forma di razionalità ma solo fiducia o proiezione cieca nel trascendente, nell’immanente, leggendo tutto anche con una compiaciuta, consapevole, magari necessaria autoreferenzialità quando si tratta di (head)world building, perché tutta la storia trasuda cinema del regista di Missoula: incubi industriali, la realtà che si moltiplica all’infinito, fascinazione per gli anni ’50, amore come atto supremo. L’immagine di cui si parlava sopra diventa meta-immagine quando riflette (su) sé stessa in quello scarto quando da perturbante diventa alienante: è l’immagine stessa che consapevole della mancanza ontologica di senso cerca una maniera per ricercarlo.
Il senso di dispersione e turbamento derivante proprio dalla mancanza di senso del reale diventa quindi deformazione della realtà, tra zoomorfismo e una fotografia assolutamente delirante con riprese disconnesse ed effetti psichedelici.
Il potere della visione, in questo film che ancora oggi si fa fatica a comprendere per intero, è una sfida alla percezione interiore, con un’andatura concentrica che confluisce su Laura
di Gianlorenzo Franzì