Incontri ravvicinati del terzo tipo
La recensione di Incontri ravvicinati del terzo tipo, di Steven Spielberg, a cura di Francesco Maggiore.
Se c’è un autore capace di passare dalla piena rappresentazione visiva a quella dell’emotivo racconto narrativo, quello è senz’altro Steven Spielberg. In attesa del suo Disclosure Day che arriverà a giugno nelle sale di tutto il mondo, nei cinema italiani è ritornato un suo classico di fantascienza del 1977, Incontri ravvicinati del terzo tipo. Un evento, quello dell’arrivo degli alieni, che è diventato quasi una sorta di epifania collettiva nel suo misticismo. Alla domanda classica Siamo soli nell’universo?, Spielberg attraverso le fasi dell’avvistamento, delle prove e del contatto ci fornisce non la risposta universale ma la sua, personale risposta. Che non è allucinazione collettiva, ma stupore e meraviglia per ciò che è inatteso.
Richard Dreyfuss insieme a Francois Truffaut, segna un cast leggendario in quella che è la pazzia da sogno del regista di Cincinnati. Persone normali che vengono trascinate in situazioni più grandi di loro, dove si alternano momenti di tensione altissima ad altri più intimi, in quello che è un classico riconosciuto della fantascienza mondiale. Distante solo un lustro da E.T., il film ne condivide la tensione verso l’infinito, ma con una grammatica più adulta e tormentata. E’ lo sguardo di normalità inserito in un tripudio di bellezza, a livello di inquadrature come anche tutta l’indimenticabile fotografia. Ma c’è anche un’altra domanda da farsi: tutta la filmografia spielberghiana altro non è che un’ elaborazione? Ovvero quella del divorzio dei suoi genitori, che trova forse in The Fabelmans il suo maturo compimento.
Questa ossessione è tutta nel dramma che vive il Roy Neary di Dreyfuss. La sua follia si manifesta in modo creativo nel contesto familiare, che sfocia nella crisi matrimoniale. Anche la presenza di Francois Truffaut nei panni di Claude Lacombe (ispirato all’ufologo Jacques Vallée) non è casuale, ma è quella di un interprete speciale verso questi fenomeni marziani, oltre ad essere un profondo atto d’amore di Spielberg verso la settima arte. La trasformazione di sequenze matematiche in musica diviene un miracolo nella semantica visiva, ma è parte o appannaggio di un linguaggio universale. L’umanità non era preparata all’epoca a cose che non si conoscono, e lo è ancora meno oggi. Il perno di Incontri ravvicinati del terzo tipo è sui cambiamenti, dove i fatti scientifici sono la base della verità filmica. Lo spazio è l’ignoto, e sono gli alieni stessi a fare visita a quella che è (dati alla mano incontrovertibili) l’umanità del Pianeta Terra.
La specie umana interagisce con la specie extraterrestre attraverso una modalità di comunicazione, quella delle cinque note, di grande suggestione, attraverso le memorabili partiture di John Williams. Ed è una scena epica, struggente di rara esperienza sensoriale e luminosa, che collide con la ferrea logica burocratica dei militari che circondano la nave madre. Il messaggio ne trascende la semantica, ovvero Roy che sceglie di salire sull’astronave e abbandonare non solo la Terra, ma la sua famiglia, carica il significato di un drammatico e crudele distacco, lungi dai classici finali hollywoodiani. Perchè Roy rappresenta la figura del padre che Spielberg ha perso, nella sua continua ricerca di arte, scoperta e infinito. Oggi, nel 2026, in un pianeta dove si cerca continuamente un nemico attraverso l’innesco di guerre, Incontri ravvicinati del terzo tipo rappresenta ancora una nostalgica sinfonia fantascientifica, dove il diverso non deve essere necessariamente inteso come un nemico.
di Francesco Maggiore