Il testamento di Ann Lee
La recensione di Il testamento di Ann Lee, di Mona Fastvold, a cura di Emanuele Di Nicola.
Il Testamento di Ann Lee, l’ultimo film di Mona Fastvold, è stato generalmente stroncato dalla critica: non ha giovato forse la collocazione in concorso all’ultimo Festival di Venezia, dove si attendono certi titoli col fucile puntato. Ora l’uscita in sala porta in dote l’occasione di riflettere a mente più fredda, fuori dalla bolgia festivaliera. Prima di tutto il film è la storia di Ann Lee, una giovane donna a Manchester nella metà del diciottesimo secolo, sposata con un fabbro e segnata dal trauma doloroso di quattro gravidanze finite male.
Proprio per cercare una risposta alla sofferenza la ragazza si avvicina al gruppo di quaccheri shakers: una setta religiosa che all’epoca porta un messaggio sconcertante e radicale, composto di astinenza sessuale, vita spoglia da ogni materialità, uguaglianza estrema nell’idea che ciascuno ha lo stesso valore davanti a Dio. Nell’ascesa graduale e inesorabile come guida religiosa dei fedeli, Ann Lee verrà considerata addirittura l’incarnazione della seconda venuta di Cristo in terra… Una parabola, come ovvio, del tutto rivoluzionaria anche perché raffigurata in una donna e in un tempo, la metà del Settecento, dove ogni forma di pensiero femminile era ampiamente bandito.
Fastvold sceneggia il racconto insieme al regista e compagno, Brady Corbet, afferrando una prima intuizione: il potenziale musicale dello shaking, ovvero delle lunghe sessioni di preghiera tra grida e balli frenetici, coi fedeli che si lasciano andare ai tremori che segnarono il loro soprannome (shakers era usato come dispregiativo). Secondo la tradizione lo Spirito Santo li possedeva e scuoteva il peccato fuori dai corpi; così la regista allestisce dei vertiginosi numeri musicali cuciti sulla protagonista, una magnifica Amanda Seyfried, e coreografati da Celia Rowlson-Hall, già autrice delle danze in Vox Lux di Corbet. Ma Il Testamento di Ann Lee non è un musical, bensì un’evocazione storica in costume che include canti e balli; il suo limite, va detto, è lo sviluppo del percorso della leader quacchera a tratti prolisso e farraginoso, che sfora i 130 minuti, e più volte si incarta indugiando sulla sofferenza della donna, che dentro il tormento troverà l’estasi.
Non regge però la critica complessiva ideologica, cioè l’“accusa” di seminare un sentimento religioso e fare proselitismo conservatore, a partire da Ann che si strugge per gli aborti; non è un film pro-life questo, è la storia di una guida femminile in anticipo di secoli, una Giovanna D’Arco senza guerra, una che guarda verso l’alto e si mostra perfino sognatrice, nella critica implicita e tenace contro la società “dei consumi” e a la vita materiale. Anche la Morte, infine, giunge come allucinazione concreta, come sogno tangibile.
Da vedere insieme al successivo cortometraggio di Mona Fastvold, Discipline del 2026, sempre con la performance di Seyfried: un ballo mascherato senza identità in un collegio italiano deserto, una castigazione della femminilità che dopo quattordici minuti sboccia all’improvviso con Amanda che esce dalla crisalide. L’anima di Ann Lee, la carne della bambola senza volto: due sguardi dallo stesso occhio che vengono concretati nel corpo della stessa donna. Il punto non è lo spirito né la materia, è il femminile.
di Emanuele Di Nicola