Il bene comune

La recensione di Il bene comune, di Rocco Papaleo, a cura di Gianlorenzo Franzì.

Dopo cinque film è ormai chiara l’impronta autoriale delle opere di Rocco Papaleo, che imposta le sue trame (sui suoi soggetti e sulle sceneggiature sue con Walter Lupo) come una partitura jazz: particolare da non trascurare, se non altro per sottolineare l’intelligenza di un regista che adatta il racconto alle sue attitudini e abilità narrative.

D’altronde la musica è sempre stata presente nei suoi film, quando non protagonista: da Basilicata Coast to Coast (dove Max Gazzè era personaggio muto che sottolineava con le sue canzoni il film) da Una Piccola impresa meridionale (dove Riccardo Scamarcio era protagonista di alcune sorprendenti performance canore) fino a Scordato (con Giorgia) e questo Il bene comune, nel quale tra gli interpreti figura la musicista Livia Ferri.

Questo senza dimenticare che proprio Rocco è musicista amatoriale ma dotatissimo – e infatti firma alcuni brani che colorano la sua sesta regia, finalmente in un film che segue l’andamento scomposto ma armonico di un brano jazz, scardinando senza colpo ferire le coordinate classiche del racconto attraverso degli insert che possono definirsi tranquillamente di teatro canzone, con i diversi attori impegnati a raccontare -proprio come un coro greco- il loro percorso interno alla vicenda.

Bravissima in questo senso Vanessa Scalera (che lentamente sta diventando un tassello fondamentale della recitazione in Italia), versatile e sempre ugualmente efficace e potente, indifferentemente da quale registro si trovi a dover usare; ma tutte, a partire dalla sempre centrata Claudia Pandolfi, trasformano quegli insert di sopra in sussulti di emozione, come fossero accidenti musicali che danno colore e respiro alla partitura.

Il risultato è un film libero, anarchico nella sua splendente e morbida levità, con quelle atmosfere ariose tipiche del Papaleo autore dove la commedia si intride nelle pieghe della trama, e dalla quale sorgono spontanei i conflitti e le dinamiche interpersonali senza dover necessariamente diventare dramma.

A margine: probabilmente il regista è l’unico -o uno dei pochi- che riesce a trasformare in un plus le necessità delle Film Commission. Anzi di più, a farle diventare ambiente e paesaggio, quasi personaggio, perché Il bene comune gira intorno al Pino Loricato e alle magnifiche distese collinari delle due regioni limitrofe come se niente fosse, come se le necessità della storia nascessero proprio dalla malinconica bellezza delle inquadrature.


di Gianloorenzo Franzì
Condividi

di Gianloorenzo Franzì
Condividi